«Noi con Tavan contro i salotti culturali»

PORDENONE. «Con gli eventi di Udine e Pordenone si è reiterato il tentativo di glorificarlo e santificarlo e ne è uscita soltanto molta necrofilia. Noi non siamo “amici” di Federico Tavan, noi siamo suoi compagni, complici, sodali. E questo libro è un atto di rivolta contro tutte le sue celebrazioni!».
Va subito dritta al punto, senza giri di parole, Carla, del Collettivo Chialtres, introducendo la presentazione di Nome ché lenga a chì a ne permet da favelà, edito dal collettivo stesso e presentato ieri a Pordenone nella sede del Circolo libertario Zapata, centro anarchico al quale il poeta di Andreis, scomparso nel novembre del 2013, fu sempre piuttosto vicino.
Il clima si surriscalda nel prefabbricato del quartiere di Villanova che ospita il circolo, un contesto popolare che sarebbe piaciuto molto al poeta, “reduce” dagli omaggi che gli hanno reso il festival vicino/lontano a Udine e dalla due giorni pordenonese del fine settimana scorso. E da ieri, con l’uscita del libro, al centro di una polemica iniziata proprio durante vicino/lontano con un volantinaggio del Collettivo Chialtres.
«Un libro necessario – incalza Carla – per rispondere al divoramento di Tavan da parte dell’industria culturale e che ci ribadisce come soltanto in un contesto fuori da qualsiasi istituzione sia possibile far emergere la vera dimensione poetica e esistenziale di Federico».
Prende la parola Massimo Masolini, al quale si deve in particolare la realizzazione del libro e che apparteneva al coordinamento del gruppo editoriale che dal 1989 al 1995 «stette con Tavan, e lui con noi», nella non tanto breve estate dell’anarchia di Usmis, la rivista che veniva messa insieme al centro sociale autogestito di via Volturno, a Udine.
«Io devo capire, cercare un’altra verità, diversa dalla vostra imbalsamata» dice, dopo aver letto un passo da “L’assoluzione” di Tavan. E si scaglia contro chi ha fino a oggi pubblicato Tavan, tutti colpevoli di aver rimosso periodi ed esperienze che per Federico furono fondamentali (come il rapporto con Marc Tibaldi, sempre di Usmis). «Noi eravamo e siamo nazionalitari, anarchici, friulanisti e Federico cercava questo ambiente, aveva questo mondo come riferimento».
Masolini ne ha per tutti, «perché noi abbiamo riletto Federico e preso sul serio ciò che scriveva», parola per parola di un «intellettuale combattente che si difende». Si difende - dice Masolini – anche dai “salotti” della cultura pordenonese («assurdo che Villalta e Garlini lo accusassero di essere utile alla borghesia, proprio loro contro i quali Tavan si scagliò pesantemente già nel 1999»); e di quella udinese («se Paolo Medeossi ha cento lettere di Federico allora le pubblichi tutte!»).
Non sopporta, Masolini, «che su Tavan si dicano sempre le stesse cose, si mostrino e si pubblichino sempre le solite foto, come una verità già indovinata e ripetuta all’infinito. Con questo libro abbiamo voluto togliere Tavan dall’immagine imbalsamata e ridare una forma reale alla sua figura di poeta che usava la lingua andreana in modo rivoluzionario e che criticava radicalmente ogni forma di potere. Ora chiediamo agli altri di fare lo stesso».
Nel dibattito che seguirà interverranno anche il poeta Antonio De Biasio e Aldo Colonnello, la colonna del Circolo Menocchio di Montereale. «Vi ringrazio perché questo libro copre un buco», dirà, rendendosi disponibile, ora che il Menocchio si appresta a pubblicare l’autobiografia di Tavan, a collaborare con Chialtres.
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