Morto Mario Trevisanut, deportato e artigiano pordenonese

PORDENONE. È mancato mercoledì, all’età di 93 anni, Mario Trevisanut, imprenditore, inventore e uno degli ultimi deportati nei campi di concentramento tedeschi rimasti nel Friuli occidentale. Lascia i figli Mariarosa e Giuseppe, i nipoti Federica e Mattia, quest’ultimo titolare del bar Centrale di Zoppola. I funerali saranno celebrati sabato, alle 10.30, nella chiesa di Sant’Odorico.
La vita di Mario Trevisanut è stata intensa e densa di emozioni. Nato a San Donà di Piave il 15 agosto 1922, aveva trascorso la giovinezza a Pordenone.
Nel 1943 si era diplomato perito aeronautico al Malignani di Udine, quindi era stato chiamato alle armi: l’8 settembre 1943, data dell’armistizio, era stato fatto prigioniero a Padova e deportato in Germania, nei lager di Wietzenorf (campo di concentramento Oflag 83) e Stocken, dove era sopravvissuto a un violento bombardamento alleato.
Liberato e rientrato in Italia, nell’ottobre 1945 aveva cominciato a insegnare nella scuola serale di Fiume Veneto e, successivamente, all’istituto professionale Galvani. All’inizio del 1950 era stato assunto come tecnico alle Officine Savio, ma la svolta arriva dieci anni dopo: nel 1960, dopo essersi licenziato, si era avviato alla professione di artigiano, che, grazie a spirito di sacrificio, lungimiranza e capacità professionali, gli avrebbe regalato grandi soddisfazioni.
Mario Trevisanut, una volta raggiunta la pensione, aveva fondato l’Apap (Associazione provinciale artigiani in pensione), realtà che aveva guidato per più di vent’anni. Insignito del titolo di cavaliere di Malta, cavaliere della repubblica, cavaliere ufficiale, aveva racchiuso la sua esperienza nei campi di concentramento nel libro “Memorie di un prigioniero”. Un aneddoto, più di altri, racchiude la personalità di Mario Trevisanut.
Nel 1991 si era recato a Roma per vedere Papa Giovanni Paolo II e, pur di attirare l’attenzione del Pontefice mentre passava accanto ai fedeli, non esitò a richiamare la sua attenzione: Wojtyla si fermò per salutarlo.
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