Mittelfest, il direttore artistico Pedini ai saluti: «Così l’evento è cresciuto»
Dopo sei anni e due mandati si appresta a chiudere la propria esperienza: «C’era la pandemia, quando sono arrivato, e chiudo in un mondo in guerra. Gli spettacoli, invece, costruiscono rapporti, armonie»

Dopo sei anni di impegno il direttore artistico di Mittelfest, Giacomo Pedini, si appresta a chiudere la propria esperienza ai vertici del festival cividalese, cui nel corso dei due mandati ricoperti ha impresso un segno forte, nel solco dell’essenza originaria dell’evento (giunto alla 31ª edizione) ma con l’occhio rivolto al futuro, al domani una rassegna fisiologicamente in costante evoluzione.
Percorso proficuo, direttore? Che bilancio si sente di tracciare arrivato al termine dell’incarico?
«C’era la pandemia, quando sono arrivato, e chiudo in un mondo in guerra. In questi anni Mittelfest è cresciuto parecchio, mantenendo la propria vocazione in mezzo alle sfide del nostro secolo. Istituzione culturale di spettacolo dal vivo, ponte tra l’Italia e l’Europa centrale, è ancora un unicum e una necessità. Il festival si occupa di teatro, musica, danza e circo. Lo spettacolo si fonda sulla compresenza, sulla risonanza emotiva tra persone e corpi; e talvolta le idee non uniscono, ma dividono le persone: generano fazioni, e lo stiamo vivendo con fanatismi dilaganti. Gli spettacoli, invece, costruiscono rapporti, armonie: e farlo dal centro Europa minacciato dai conflitti in essere, farlo da una penisola di nuovo vicina ai sommovimenti violenti della storia, è una necessità. Quella di esercitare l’arte strana della convivenza».
Che linee guida ha seguito nelle sei edizioni affidatele?
«Volevo che Mittelfest fosse internazionale e popolare, nonché un luogo di generazione di proposte. Desideravo portare eventi che non erano mai stati in Italia – insieme ad artisti noti, capaci di avvicinare il pubblico, ma con lavori nuovi e affascinanti –, e che il festival non solo ospitasse spettacoli, ma anche li creasse e li distribuisse. Infine, puntavo ad aprire la rassegna alle persone più giovani, e mi riferisco sia agli artisti europei sia alla gente del luogo, di questa regione, desiderosa di conoscere le complessità di un’istituzione culturale».
L’edizione 2026 sarà l’ultima sotto la sua direzione: cosa possiamo aspettarci?
«Quella festa spettacolare in cui non c’è mai una cosa uguale all’altra. Ogni giorno è un’alba e la Paura – il tema di quest’anno – è solo che tutto finisca. Esistono paure che sono figlie dei desideri».
E cosa non dobbiamo perderci?
«Mittelfest, non potete perdervi. Se proprio devo scegliere, a parte Bébi – da Sándor Márai, con Andrea Bosca – cito Era di maggio, con Alessio Boni, e l’Orchestra La Corelli, su un testo commovente scritto da Flavio Santi: la storia di un ragazzo nel maggio del ’76. O ancora Una Traviata da cortile, l’idea folle di Alessandro Baricco di raccontarci il capolavoro verdiano in una corte: saremo da Zorzettig».
Torniamo al percorso compiuto: qual è stata la sfida più inaspettata?
«Inquadrare quel che facciamo in un territorio che ha una vasta e stratificata proposta culturale. Per questo ho rinsaldato il legame con Cividale, curato il progetto Mittelyoung, puntato sulle prime e su proposte multidisciplinari, facendo entrare il circo e pensando al pubblico delle famiglie. Bisogna che a Mittelfest si venga a vedere quello che altrove non c’è: uno spazio di novità, ma accessibile a chiunque. Armonia è la parola chiave».
È cambiato il rapporto del festival con il suo pubblico, dal 2021?
«Sì, e profondamente. Le co-produzioni internazionali (quest’anno, per esempio, torna Jeton Neziraj) ci hanno portato occhi specifici dall’estero, i concerti di taglio pop – insieme a Fvg Orchestra o con La Corelli – hanno attirato spettatori nuovi, mentre il circo ha aperto alla sua fascia. Per non parlare poi del Progetto Famiglia, che ha stratificato le fasce d’età dell’utenza. Abbiamo inoltre ridato vita agli spettacoli itineranti. Mittelyoung ha creato un suo microcosmo, frutto anche del lavoro che ho personalmente condotto per anni con partner e istituzioni educative. Questo sforzo, che si è completato con l’impegno nella promozione (oggi ci sono una persona dedicata, un sito in cinque lingue, una presenza social quadruplicata), è la base per il rapporto con gli spettatori di domani».
C’è uno spettacolo che considera la punta più alta del suo mandato?
«Potrei dire Europeana di Ourednik, con Lino Guanciale. Ha debuttato nel 2021 e siamo andati avanti con le repliche per l’Italia fino a novembre 2025. Ma potrei dire anche “Le tue parole”, che Giuseppe Battiston ha dedicato a Pierluigi Cappello: ho visto le persone partecipare come se fosse un rito. E potrei citare, ancora, gli spettacoli itineranti in giro per la città. Rispondo, però, richiamando la trilogia di “Inabili alla morte”, sfociata in spettacoli, radiodrammi con Rai Fvg e in un libro con Bottega Errante, per raccontare l’Europa del secolo scorso dalla prospettiva della cortina di ferro. Un lavoro di tre anni, decine di persone e due Paesi coinvolti: e l’ultimo capitolo, “L’alba dopo la fine della Storia”, incentrato sulle promesse infrante degli anni Novanta, sarà in tour tra ottobre e novembre prossimo».
Cosa è più fiero di lasciare al Mittelfest che verrà?
«Un caleidoscopio di possibilità e di relazioni: chi arriverà potrà scegliere e ampliare un ventaglio. Una grande occasione».
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