«Mio padre, da re del cinema a cameraman»

PORDENONE. War Horse è un fresco prodotto spielberghiano; A couple of down and outs di Walter Summers risale al 1923, e sempre di cavalli si occupa. Se non fosse per le Giornate chiunque ne avrebbe ignorato l’esistenza. A parte qualche spolpo cinefilo cultore dell’epoca d’oro d’inizio Novecento.
Quel film lo produsse G.B.Samuelson (1888-1947), bulimico cineasta britannico con una superba raccolta di oltre cento opere finanziate, una trentina dirette e una quindicina sceneggiate. Ora. Vien fuori che il figlio - sir Sydney - s’aggira per Pordenone accompagnato dal cresciuto pargolo, «la quarta generazione della famiglia - ci dice - che non vuole mollare il cinema. Ce n’è anche una quinta. I miei nipoti».
Ricorda solamente le briciole dell’ascesa paterna, il loquace pluriottantenne. Altresì, e purtroppo, si è fissato ben in testa l’altra parabola, quella meno scintillante e cupa: «Una caduta inaspettata. L’industria cinematografica inciampò su un periodo buio e molti furono costretti a fare i bagagli, anche chi ci aveva messo il cuore. Successe pure a mio padre, nonostante avesse raccolto fama e stima dal mondo cinematografico europeo».
Chissà cosa frullava in testa a un ragazzino di quattordici anni - quanti ne aveva Sydney quando babbo si ritrovò a bussare alle porte ottenendo piccoli lavori da cameraman - sicuramente un odio smisurato per la decima musa o la settima arte, fa lo stesso. Invece no. Almeno col tempo l’effetto livore si assottigliò fino a scomparire.
«Finita scuola mi arruolai nell’aeronautica e nell’immediato dopoguerra entrai nell’ambiente, ritrovandomi nell’esatta ultima situazione paterna: dietro una cinepresa. Correndo velocemente verso tempi contemporanei e saltando qualche tappa per non dilungarmi troppo, le dico con orgoglio che ce l’ho fatta. La mia azienda di fornitura materiali cinematografici era ed è una delle più importanti al mondo. Adesso ci pensano i miei eredi».
Sir Sydney non pare il tipo che molla così. E, infatti, il destino non lo devia verso una inciabattata pensione, né lo dimentica su qualche panchina del parco. «Fu un addio fasullo. Appena lasciai la mia poltrona familiare mi offrirono una nuova stimolante avventura: la direzione della Film Commission del Regno Unito. Un compito non facile: convincere i cineasti più importanti ad allestire in Inghilterra i set dei loro film».
Nella sua scheda memoria c’è un raccolto mostruoso. E celluloide memorabile. «Lawrence D’Arabia su tutti», confessa. «Con un posto pure per Nuovo cinema Paradiso. Commovente». Magari le viene in mente un incontro particolarmente indimenticabile. Ci proviamo? «Fellini a Cinecittà, ecco. Dimenticare quell’attimo è difficile. Un regista diventato un monumento mondiale resta ben impresso nel cervello. Tra l’altro con lui non parlai molto. Oh, per chiarire, siamo nell’epoca in cui lavoravo per l’azienda. Infatti, i collaboratori del maestro s’incuriosirono per certe lenti che proposi, magnifiche per far ringiovanire o invecchiare gli attori».
Si rammarica, sir Samuelson, di non aver frequentato prima le “Giornate del Muto”. «Non mi aspettavo così tanta gioventù interessata alle pellicole dei loro bisnonni. Questo gioca a favore degli organizzatori. Sono riusciti a incuriosire la categoria più difficile». Ci si saluta con la domanda delle cento pistole, come la chiama Piero Chiambretti. Lei crede che Spielberg per il suo War Horse abbia rubacchiato qualcosa dal film prodotto da suo padre? «Non penso lo conoscesse. Altrimenti l’avrebbe sicuramente visto».
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