«Mi fidavo di lui ma quando pretese del “nero” rifiutai»

«Quel giorno, ho creduto di aver vinto la lotteria. Era l’11 settembre 2008 e Mei mi aveva proposto un appalto per una ventina di milioni di euro. Di lui mi fidavo: ci avevo già lavorato e si era...

«Quel giorno, ho creduto di aver vinto la lotteria. Era l’11 settembre 2008 e Mei mi aveva proposto un appalto per una ventina di milioni di euro. Di lui mi fidavo: ci avevo già lavorato e si era sempre dimostrato corretto nei pagamenti. Certo, una minima percentuale di dubbio mi è sempre rimasta: non puoi non chiederti perchè tanta fortuna capiti proprio a te. Ma nel frattempo eravamo anche diventati amici e le nostre famiglie avevano cominciato a frequentarsi. Ecco perchè, quando ho scoperto l’inganno, mi sono sentito tradito due volte». Una delle tre vittime della truffa - l’imprenditore di caffè di Tavagnacco - è un fiume in piena. Ripercorrere le tappe della vicenda che lo ha visto perdere soldi (150 mila euro) e sonno fa ancora tanto male.

Il palco casca alla vigilia della Pasqua del 2009, quando i carabinieri diramano la notizia di un giro di false gare d’appalto ministeriali. «Gli ho immediatamente telefonato e urlato che mi aveva truffato - racconta l’imprenditore, alternando alla rabbia la commozione -. Poi ha smesso di rispondere e così mi sono precipitato in Puglia. Lui ha tentato di giustificarsi, spiegando che era stato tratto in inganno a sua volta e che i ritardi erano colpa della Ragioneria dello Stato. Ma a quel punto ho preteso che mi facesse una nota di accredito sui soldi che gli avevo dato e sui quali avevo già versato le imposte». Qualche dubbio, in effetti, era sorto proprio quando Mei gli aveva chiesto una provvigione del 5% in tre tranche sulla fornitura. «Me la chiese in nero - continua -, ma io mi rifiutai e gli proposi piuttosto di aumentare un po’ le fatture per la consulenza legale che aveva prestato per la registrazione del marchio. So che non si paga per un appalto, ma eravamo in tempo di crisi e un affare del genere mi avrebbe cambiato la vita».

Tanto più sapendo di poter contare su un interlocutore tanto stimato. «Un giorno gli diede appuntamento all’Hotel Baglioni di via Vittorio Veneto, a Roma - afferma il suo difensore, avvocato Roberto Cianci - e Mei risultò noto e riverito da tutti». E se è vero, come ha osservato il legale, che si è trattato «di una truffa degna della migliore interpretazione di Totò nel film “Totòtruffa ’62”, relativa alla vendita della fontana di Trevi», è altrettanto vero che il merito di averla stroncata è tutto degli inquirenti. «Alla passione, l’abilità e l’intelligenza dei carabinieri di Feletto e del pm - dice l’imprenditore -, che insieme a me hanno creduto in questa inchiesta e evitato che finisse nel dimenticatoio romano». (l.d.f.)

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