L’urlo di Matteo Salvini al popolo di Pontida: «Resistete in nome dei vostri figli»

PONTIDA. Il mutamento, genetico, della Lega si completa a Pontida, in una delle edizioni più affollate della storia del Carroccio. Sul prato bergamasco il partito comincia a indossare i panni di una vera religione laica.
I leghisti hanno ormai il loro Dio che appare sul palco a chiudere la giornata, Matteo Salvini. Giocano su un pantheon di simboli dettati dal loro leader, da Oriana Fallaci “i cui libri spero diventino presto libri di testo obbligatori a scuola”, alla Madonna Addolorata alla quale affidare “i militanti che non ci sono più”, fino a ripescare addirittura il Piave “che mormora oggi come mormorava allora perché i nostri nonni non hanno dato la loro vita per la prima Ong di turno”.
E hanno pure i loro nemici. Ce n’è qualcuno di fisso – i “comunisti e i sinistri”, ma soprattutto “il Pd” –, altri di medio lignaggio – “l’Unione europea, Angela Merkel e i burocrati di Bruxelles” – e uno, soprattutto, recentissimo: Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio è, in questo momento, l’autentica kriptonite della Lega, colui che si è interposto tra Salvini e i pieni poteri.
Lo staff del Carroccio si muove abilmente, alternando le sue foto a quella della cancelliera tedesca, per scatenare la rabbia delle decine di migliaia di fan sfegatati che urlano a squarciagola. Così come, in precedenza, era stato ricoperto di insulti Gad Lerner e pure una troupe di Repubblica.
Il Carroccio, si sa, punta su slogan diretti e facilmente comprensibili. Non per nulla, per questa edizione di Pontida, quello scelto è “la forza di essere liberi”. Da cosa? Semplice, il refrain è sempre quello: la libertà di “andare avanti a testa alta”, contro i “poltronari”, e un’Unione europea “che non può essere quella dei banchieri e dei finanzieri”.
A Pontida si finisce, e si vede, di tutto. Si mescolano le pulsioni autonomistiche di Veneto e Lombardia a coloro che si presentano con la maglietta “Flat tax subito”. I sostenitori dell’Italexit a chi, al Nord, spiega senza troppi giri di parole come il Settentrione non possa fare a meno dell’Europa.
E si arriva fino al vecchio revanchismo padano stimolato dal sindaco di Pontida Luigi Carozzi per il quale “come 900 anni fa Alberto da Giussano partì da qui per battere il Barbarossa, oggi Salvini da Milano farà lo stesso con i Barbarossa al Governo”.
Al resto, poi, ci pensa Salvini nel voler sottolineare la differenza “tra questo popolo e chi vive solo dentro al Palazzo”, e spiegare che il nuovo Governo dovrà passare “sul mio cadavere” in una mezza dozzina dei casi: se riaprirà i porti, se legalizzerà l’utilizzo e la vendita di droghe, se smonterà “quota 100” oppure se penserà di tassare le abitazioni.
E il “suo” popolo risponde a tema. Le grida “libertà”, “Bibbiano”, “elezioni” e “dignità” si susseguono una dopo l’altra. Salvini urla e i leghisti rispondono. Di proposte programmatiche, a Pontida, non se ne vedono né si sentono anche perché in fondo, l’ex ministro si era giocato questa fiche il giorno prima a Milano – il referendum anti-legge elettorale – e a Pontida, Salvini punta deciso sulla festa di popolo.
Certo, promette un po’ di tutto, cita Margaret Thatcher per la promessa di tagliare le tasse, Giovanni Paolo II per la difesa delle radici cristiane del Vecchio Continente, Enzo Ferrari per “l’orgoglio di essere italiano”. Ma la realtà, dura e pura, è un’altra e porta a quella traversata nel deserto che Salvini sa bene di dover compiere da qui ai prossimi anni.
Non ci crede nemmeno lui, in fondo, che il nuovo Governo duri una manciata di mesi, lo ha smesso di sostenerlo e, non per niente, nell’elenco delle Regionali da vincere arriva fino a citare il Veneto, al voto nel 2020. Così, ha bisogno della totale fedeltà della sua gente per non finire travolto. E l’appello finale ai leghisti di “resistere in nome dei vostri figli” diventa il manifesto della giornata.
I leghisti applaudono, quindi si prendono per mano e giurano, sempre citando l’ex ministro, che “da Pontida parte una sfida di libertà in nome del lavoro e della dignità”. Sipario. Il partito si è trasformato, definitivamente, in una religione: il salvinismo.
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