L'uomo al centro dell'algoritmo: l'Università di Udine lancia la sua "AI Policy" per governare la rivoluzione dei chatbot
Il professor Agostino Dovier, delegato di Uniud all'Intelligenza Artificiale, analizza sfide e rischi della tecnologia alla vigilia della piena applicazione dell'AI Act europeo: «Sempre più tesi scritte dalle macchine, c'è un calo della profondità logica nei ragazzi. Ma a preoccuparmi è anche la scarsa frequenza in aula»

L’uomo e la macchina: due realtà che si interfacciano continuamente, con la seconda che dovrebbe, almeno in teoria, semplificare la vita del primo. Che cosa succede se i ruoli si confondono? Da quando l’intelligenza artificiale (Ai) è alla portata degli smartphone di mezzo mondo, e il timore di un’apocalisse tecnologica impazza dai media ai discorsi in ascensore, fare chiarezza è diventata un’urgenza. Agostino Dovier, docente di informatica dell’università di Udine, è anche delegato dell’Ateneo alla didattica e all’intelligenza artificiale. Originario di Grado, perito elettronico al Malignani, una laurea e un dottorato in informatica, dal 2001 insegna nel capoluogo friulano.
Professore, ad agosto di quest’anno sarà pienamente applicabile l’Ai Act europeo: quanto bisogno c’era di questa normativa?
«Moltissimo, come ha ribadito anche il Papa nell’enciclica “Magnifica Humanitas”. L’Ai Act è il primo quadro normativo al mondo concepito per garantire un utilizzo sicuro, consapevole e antropocentrico dell’intelligenza artificiale. Il primo recepimento italiano è stata la legge 132 del 2025, che chiede alle aziende di responsabilizzarsi sia se sviluppano l’Ai sia se la utilizzano: le regole servono per costruire una base culturale e normativa in grado di proteggere decisioni che incidono sulla vita delle persone. I dati che ogni secondo diamo in pasto alle Ai sono beni comuni, da utilizzare consapevolmente».
Anche l’università si è dotata di una Ai Policy: in che cosa consiste?
«L’abbiamo approvata a fine maggio e si tratta di una sorta di regolamento per l’uso dell’Ai in Ateneo. Per la stesura del documento, ci siamo avvalsi della collaborazione di esperti in diversi ambiti, compreso quello legale, elaborando linee guida specifiche per la didattica, la ricerca e la terza missione. I principi generali che hanno guidato il nostro ragionamento sono sostanzialmente tre: il fatto che l’università accoglie e sostiene l’Ai, con gli obiettivi, però, di tenere al centro la persona e responsabilizzarla. Inoltre, poco dopo l’approvazione dell’Ai Act europeo, insieme con il professor Elvio Ancona abbiamo organizzato una scuola di dottorato per spiegare la normativa, con l’aiuto di giuristi, economisti, filosofi, invitando a partecipare Brando Benifei (europarlamentare e relatore dell’Ai Act) e Francesca Rossi (all’epoca presidente dell’Association for the advancement of artificial intelligence)».
E gli studenti come stanno reagendo a questa rivoluzione tecnologica?
«Possono usare l’Ai per studiare, ma non durante gli esami: sempre più spesso riceviamo tesi di laurea, soprattutto quelle compilative, realizzate interamente dall’Ai. È un tema che va affrontato, insegnando ai ragazzi a interrogarla nel modo giusto e a non farsi sostituire da essa. È pur vero, e lo confermano i dati delle prove Invalsi – anche se il Nord Est resta sopra la media nazionale – che si sta assistendo a un generalizzato impoverimento delle capacità logiche e a un calo della profondità dei ragionamenti».
Quali consigli darebbe ai suoi studenti per arginare tutto questo?
«Dovrebbero approfondire le basi dell’Ai, per diventare più competenti e poterla usare senza averne paura, ma allo stesso tempo penso che consiglierei loro di restare il più possibile umani, valorizzando la fantasia, la creatività e le relazioni sociali autentiche. Al di là dell’uso a volte spregiudicato dell’Ai, ciò che mi preoccupa è che molti giovani sembrano aver perso il piacere di stare insieme: è un dato osservato anche dai colleghi di altre università italiane che sempre meno studenti dei primi anni frequentino le lezioni. Forse è più un retaggio del Covid che del proliferare della tecnologia, ma resta pur sempre un aspetto non rassicurante».
Per molte professioni l’Ai rappresenta un’opportunità, ma al contempo cela in sé diversi rischi: quali sono i principali?
«Non bisogna darle più autonomia di quella che realmente possiede: sicuramente il progredire dell’Ai porterà al ridimensionamento di professioni ripetitive, all’automazione di attività informatiche di basso livello, condurrà le aziende ad aver meno bisogno di personale junior, ma bisogna ricordare che il controllo umano deve pur sempre essere la base, perché la responsabilità delle scelte importanti resta in capo all’uomo e non alla macchina».
Qualche consiglio pratico per un uso quotidiano consapevole dell’Ai?
«Alle persone non addette ai lavori, ma che usano l’Ai nella quotidianità, consiglierei intanto di documentarsi il più possibile – esistono anche tanti corsi base gratuiti online – per imparare a interrogare i chatbot in modo mirato e utile, poi di prestare attenzione ai cookies e alle autorizzazioni iniziali, per limitare la condivisione di dati sensibili e circoscrivere il campo di quelli comunicabili. In generale, è sempre bene proteggere i propri dispositivi con gli antivirus, controllare le autorizzazioni e i consensi, ragionare bene su che cosa si sceglie di condividere sui social (penso in particolare alle foto dei minori)».
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