L'Italia è (quasi) tutta area gialla: in questo Paese servirebbe un po’ di chiarezza in più

Come mai nella fascia gialla di rischio – cioè la più bassa - sia stato inserito il Friuli Venezia Giulia (a ragione), al pari di Campania e Provincia di Bolzano, tanto per citare due esempi agli antipodi dello stivale. Si fa fatica a intuire perché a Milano bar e ristoranti debbano restare con le serrande abbassate di fronte a un’incidenza di casi positivi, in regione, pari al 17,7%, mentre a Napoli possano lavorare fino alle 18 con un tasso di incidenza del 19,3% e la metà degli abitanti complessivi

UDINE. Servirebbe un po’ di chiarezza in più in questo Paese, possibilmente senza trincerarsi dietro il linguaggio della scienza estrema che alla famosa signora Maria è comprensibile come aramaico antico per un madre lingua italiano, con l’obiettivo di abbassare i toni e ridurre al minimo le polemiche sull’asse Stato-Regioni. Una chiarezza che, ad esempio, sarebbe stata quantomai necessaria per riuscire a capire come mai nella fascia gialla di rischio – cioè la più bassa - sia stato inserito il Friuli Venezia Giulia (a ragione), al pari di Campania e Provincia di Bolzano, tanto per citare due esempi agli antipodi dello stivale.

Non si capisce, infatti, come sia possibile che dalle parti del Sudtirolo, dove la Specialità è una cosa seria, si fosse stabilito autonomamente una sorta di lockdown (soft) locale, considerata la gravità della situazione, con misure molto più severe rispetto a quelle decise dal Governo, salvo poi scoprire che per Roma, invece, la situazione della Provincia era tutto sommato accettabile e in linea con quella del Friuli Venezia Giulia.

Ancora, poi, si fa parecchia difficoltà a comprendere come dopo settimane di strali di Vincenzo De Luca – e correlata chiusura delle scuole della regione – sul pericolo rosso che aleggiava sulla Campania, il territorio sia stato inserito nella fascia di rischio meno grave. A differenza, ad esempio, della Lombardia, giudicata come da bollino nerissimo, e di fatto sigillata per almeno due settimane. Con molte ragioni, siamo chiari, ma certo si fa fatica a intuire perché a Milano bar e ristoranti debbano restare con le serrande abbassate di fronte a un’incidenza di casi positivi, in regione, pari al 17,7%, mentre a Napoli possano lavorare fino alle 18 con un tasso di incidenza del 19,3% e la metà degli abitanti complessivi.

Conte e Speranza hanno reso noti i 21 criteri, in estrema sintesi, con cui verranno stabilite le fasce, ma ben poco – anche dopo la conferenza stampa di ieri dei vertici dell’Istituto superiori di sanità – è stato chiarito in relazione al peso dei singoli parametri nelle decisioni. E se ha indubbiamente ragione Bonaccini quando dice che qui non siamo al calciomercato dove si tratta con la controparte per ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, è altrettanto vero che senza un dato di trasparenza concreto si alimentano soltanto rancori e scontro tra territori. Decisamente quello che non serve mentre si affronta una pandemia e in attesa di un vaccino che, al netto delle speranze più ottimistiche, non arriverà prima di diversi mesi.

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