Le stanze della paura che salvavano la vita

PORDENONE. Erano le stanze della paura e, certe volte, vi entrava la morte. I rifugi antiaerei, soprattutto nell’ultimo anno di guerra, venivano costruiti ovunque. Caratterizzavano le località vicine agli obiettivi bellici: linee ferroviarie, strutture militari tedesche, centrali idroelettriche, vie di comunicazione.
Diversi rifugi sono rimasti nella memoria della gente in quanto legati al ricordo dei bombardamenti alleati che, nel 1944-45, hanno colpito i maggiori centri dell’attuale provincia di Pordenone.
Un rifugio legato a uno dei bombardamenti più devastanti di Pordenone si trovava in via Calderai, dietro il municipio. Non si rivelò sufficiente a salvare tanti pordenonesi il 28 dicembre 1944, quando i bombardieri alleati colpirono le vie del centro storico.
Il libro “Attacco al cuore” di Pietro Angelillo e Isabella Zigante, edito nel 2004 dall’Istituto provinciale per la storia del movimento di Liberazione, riporta una parte del diario di Paolo Gaspardo, giornalista del Popolo che descrive gli effetti del bombardamento attorno al rifugio antiaereo di via Calderai dove in tanti non riuscirono a trovare riparo.
«Vittime nel sottoportico che immette in viale Gorizia: una giovane donna, un fanciullo, un uomo irriconoscibili, orribilmente mutilati. Il collegio magistrale Vendramini distrutto completamente, altri edifici crollati in via Calderai e del Pordenone. Parecchie abitazioni del corso del Popolo sono crollate o danneggiate. (…) Altre vittime troviamo in corso del Popolo, grida si odono da sotto le rovine (…) La chiesa del Cristo centrata in pieno. In via Oriani altri cadaveri di donne, di vecchi, di passanti che credevano ormai cessato il pericolo e si erano appena mossi di casa (…) Altri edifici sono crollati in corso Garibaldi».
Le cronache del Popolo scrivono di 21 vittime civili e 500 bombe sganciate sulla città. Difficile dire quanti fossero in tutta Pordenone i rifugi antiaerei. Quelli delle vie Calderai, Gorizia, San Giuliano, Montereale erano i più conosciuti. Ma rifugi venivano ricavati nelle cantine delle case, nei giardini delle dimore patrizie, in prossimità delle cascine coloniche. I pordenonesi cercavano riparo anche nelle chiese e nei campanili, credendoli luoghi più sicuri.
La sciagura della guerra continuata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, a poco più di 15 mesi di distanza, aveva colpito al cuore Pordenone.
«Da allora – scrivono Pietro Angelillo e Isabella Zigante – Pordenone non sarà più la stessa: il piccolo borgo arroccato attorno a piazzetta San Marco, nella contrada Maggiore e in piazza della Motta, il nucleo più significativo e tradizionalmente più cittadino, si smembra e dà origine a una “diaspora” caratterizzata da due sentimenti opposti: un’improvvisa voglia di abbandonare quella trappola mortale che era ormai la città e una parallela forte volontà di riscatto all’interno del proprio territorio».
Con la Liberazione, il 30 aprile 1945, sarà la voglia di rinascita e ricostruzione a prevalere.
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