Latisana, la paura del grande fiume 50 anni dopo

Il 2 settembre 1965 la disastrosa alluvione. L'anno dopo il fiume tracima di nuovo. Ancora non ci sono soluzioni per frenare il Tagliamento

LATISANA. Paura. Il Tagliamento fa ancora paura. Diaframmatura degli argini, allargamento dell’alveo, innalzamento del ponte ferroviario, pulizia delle sponde.

Nonostante alcune di queste opere siano state eseguite, la gente non è certo tranquilla a 50 anni dalla prima delle due alluvioni che hanno duramente colpito Latisana, il 2 settembre 1965 la prima, il 4 novembre 1966 la seconda.

Perché per il fiume più studiato (quattro commissioni tecniche dal 1972 al 2008, miliardi di lire prima e milioni di euro poi, spesi per modelli idraulici, ricostruzioni, ipotesi progettuali, elaborati tecnici) una soluzione che garantisca la salvaguardia dei paesi del basso corso e metta d’accordo tutti ancora non è stata trovata.

O meglio “la soluzione” c’è ed è stata indicata più volte, da tavoli di lavoro diversi, lo sbarramento a monte, ma non piace. E allora fra polemiche, j’accuse e “scaricabarile”, quando Latisana si appresta a celebrare il cinquantesimo anniversario da un evento che ha provocato morte (undici vittime) e distruzione (danni che rapportati a oggi ammonterebbero a svariati milioni di euro), tutto è ancora irrisolto in perfetto stile “Italietta”.

E i 40 milioni di euro, disponibili da vent’anni, per mettere in sicurezza il basso corso del Tagliamento? A quanto pare sono in attesa di una soluzione politica, perché quella tecnica c’è già. Espressa, l’ultima volta, nel 2012, dal Laboratorio Tagliamento che ha definito come tecnicamente ed economicamente più valida la realizzazione di un’opera di laminazione (ossia un intervento che trattenga per alcune ore a monte l’ondata di piena), a flusso regolabile, in corrispondenza della stretta di Pinzano.

Ciò che ancora manca è un pronunciamento ufficiale da parte della Regione. A dare una sferzata alla questione ci ha pensato, a fine 2014, la Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico, della Presidenza del Consiglio dei ministri, alla quale si sono rivolti i Comuni di Latisana e San Michele al Tagliamento, chiedendo che la messa in sicurezza del basso corso del fiume possa rientrare nel piano nazionale 2015/2020 per abbassare il rischio idrogeologico in tutto il Paese, ottenendo la struttura ministeriale la definizione di «intervento urgente e meritorio di essere inserito nell’elenco delle priorità nazionali», tanto da dettare anche un cronoprogramma incalzante alle Regioni Friuli e Veneto, senza parlare più di casse d’espansione, ma dando mandato all’Autorità di bacino di approfondire, un’analisi tecnica sull’intervento previsto a Pinzano per poter inserire i lavori fra le priorità e arrivare all’appalto in tempi stretti.

Allo stato attuale delle cose, gli argini di Latisana e San Michele al Tagliamento non sarebbero in grado di contenere un’ondata di piena con un volume superiore a 4 mila metri cubi al secondo, una portata simile a quella che i calcoli dell'epoca ipotizzano per le due alluvioni e che gli esperti dicono abbia tempi di ritorno di 100 anni. Di fatto la sponda più a rischio sarebbe quella veneta, con le campagne che si estendo fino al mare, invase dall’acqua e la città turistica di Bibione, sommersa per oltre due metri.

«Fiumi di parole e montagne di denaro pubblico sono stati spesi per studiare la questione, ma il problema è ancora lì, come una spada di Damocle sulla vita dei miei concittadini e sull'economia di un'intera area – ha scritto mesi fa il sindaco di Latisana, Salvatore Benigno, alla Regione Friuli Venezia Giulia – . Gli esperti ci dicono che il tempo di ritorno di un evento alluvionale è stato calcolato in 100 anni. Ne sono trascorsi 50 e siamo quindi al giro di boa».

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