La scuola friulana alle prese con il ciclone WhatsApp: dai compiti alle interrogazioni, famiglie connesse

Ci sono i polemisti e i complottisti, i secchioni ma anche i festaioli. Non manca chi fa gaffe e si abbandona in commenti sugli altri genitori.
File photo dated 06/04/16 of Whatsapp being used on a smartphone. Businesses could soon be able to target WhatsApp users following surprise changes to the messaging app's privacy policy. PRESS ASSOCIATION Photo. Issue date: Thursday August 25, 2016. The Facebook-owned message service, which is otherwise known for its end-to-end encryption and stringent privacy terms, assured users in a blog post Thursday that their phone numbers would not be made public and that messages would remain encrypted. See PA story CITY WhatsApp. Photo credit should read: Jonathan Brady/PA Wire
File photo dated 06/04/16 of Whatsapp being used on a smartphone. Businesses could soon be able to target WhatsApp users following surprise changes to the messaging app's privacy policy. PRESS ASSOCIATION Photo. Issue date: Thursday August 25, 2016. The Facebook-owned message service, which is otherwise known for its end-to-end encryption and stringent privacy terms, assured users in a blog post Thursday that their phone numbers would not be made public and that messages would remain encrypted. See PA story CITY WhatsApp. Photo credit should read: Jonathan Brady/PA Wire

UDINE. Una vita da chat. Hai i figli a scuola? C’è la chat per scambiarsi opinioni su maestre e prof, suggerimenti sui compiti e per ritrovarsi il pomeriggio tutti assieme al parco, per andare al cinema o in pizzeria.

I figli fanno sport? C’è la chat della squadra di calcio, quella del corso di nuoto, quella della scuola di ballo, ma pure del basket, dello sci e della ginnastica artistica. Magari anche quella del corso di musica.

Vanno a catechismo? Meglio tenersi informati, facciamo una chat.

I figli dei vicini di casa hanno un’età simile ai tuoi marmocchi? La chat si chiama “Taxi”, «non si mai, un aiuto per portarli o riprenderli nelle varie attività, facciamo a turno».

Lavori? Per fortuna sì. E allora c’è pure la community dei colleghi. Mica solo una. Quella tra i colleghi che si occupano di un settore poi quella dei colleghi dell’altro reparto poi quella di un altro settore ancora.

C’è poi quella trasversale che accomuna i colleghi-amici più simpatici della città e quella tra i colleghi che non hanno mai nulla da dire ma che sulla chat hanno ritrovato la favella.

Finito? Macché? Può mancare la chat dei coetanei? Nooo. Ci si vede? Che fate? Alla nostra età comincia il mal di schiena... ci siete alla cena?

Ma le chat sono come i funghi. E a differenza dei funghi, si moltiplicano pure senza una goccia di pioggia.

Come si può essere così crudeli da non pensare a una chat per i parenti? E allora via, c’è anche quella.

E lo sapevate che c’è pure il gruppo per restare informati sulle postazioni di autovelox o pattuglie? Vanno che è un piacere, soprattutto dopo le feste.

Ormai viviamo di chat. Lo smartphone singhiozza decine di volte al giorno e se un tempo – non molto distante –, quando il cellulare si illuminava e ricevevi un sms pensavi a qualcosa di importante, adesso il display è quasi sempre illuminato pur non avendo quasi nulla di serio da comunicare.

Mamme in chat

Se tuo figlio gioca o se questa settimana resta fuori dal campionato di calcio non sarà un segreto: convocazioni in chat. Tutti sapranno se un professore ti sta antipatico, pure il professore, sappiatelo. Infatti, nelle chat c’è sempre qualcuno che non si fa gli affari suoi.

Le chat di fondo hanno o avrebbero una loro utilità. Per esempio tenere sotto controllo i figli a scuola, scambiarsi tra genitori i compiti se il bambino è distratto o ammalato e conoscere con discrezione l’andamento della classe. Ma da lì al parlare male il passo, a volte, è corto. E la degenerazione vola.

Far parte di una chat è uno status, una chat non si nega a nessuno. Ma viene da chiedersi come si è fatto fino a quando non c’erano i gruppi.

Magari si evitavano figuracce. Come quelle di una mamma che, sovrappensiero, anziché mettere l’invito per il compleanno dei figli nella chat più ristretta degli amici l’ha messo nella chat ufficiale di classe trovandosi la casa invasa da piccoli e grandi sconosciuti.

Pulci in chat

Recentemente l’ultima frontiera è forse stata raggiunta in una grande scuola: un interrogatorio collettivo, via chat, sull’epidemia da pidocchi. Una mamma voleva arrivare al nome del bambino “untore”: «Perché signori è la terza volta, qui qualcuno ha un chiaro problema d’igiene e voglio sapere chi è».

Il repertorio è variegato. C’è chi se ne serve per fare pubblicamente le “pulci” agli insegnanti poco graditi: «Mio figlio è tornato a casa e mi ha detto che la maestra ha risposto ad almeno due sms durante la lezione di matematica. A voi risulta?». E c’è pure chi si lascia andare a commenti offensivi sui bambini, senza troppa consapevolezza.

Un terreno minato

I gruppi si chiamano “Quelli della seconda F”, o “I bambini di quarta D”, con piccole variazioni sul tema. Uno strumento comodo e immediato, che nasce con le migliori intenzioni ma che, come tutto ciò che sfugge di mano, può trasformarsi in un terreno minato.

I gruppi su WhatsApp sono una delle “piaghe moderne”. I discorsi tra genitori di bambini in età scolastica, una volta relegati a sparuti gruppetti che avevano il tempo e la voglia di fermarsi a chiacchierare davanti a scuola, hanno ora una cassa di risonanza tecnologica micidiale.

Non partecipare è considerato socialmente riprovevole, almeno uno dei due genitori deve esserci, riuscire a non uscirne (sbattendo anche la porta virtuale) è un esercizio zen difficilissimo.

L’identikit

Chi usa le chat scolastiche – e non solo quelle – e come?

Ci sono i social manager, quelli che puntuali come il panettone a Natale ogni mattina postano un’immagine con l’augurio: «Buongiornissimoooooo, uffa è lunedì....... dai che è mercoledì siamo a metà settimana, buon weekend». All’ora di pranzo c’è l’immagine «Che fame», la sera le foto con l’augurio di dolce notte e sogni d’oro. E via avanti.

Ogni volta che ti appare una notifica non si può dire quel che stai pensando. Poi ci sono i secchioni, e cioè i genitori che vorrebbero aiutare i loro figli nei compiti. Sono fermamente convinti che lo studio a casa sia loro appannaggio e provano una evidente ansia da prestazione. Iniziano nel primo pomeriggio con le domande sulle assegnazioni: «Scusate, di storia c’è il capitolo 8 e il ripasso del 7, giusto?». Man mano che avanza il pomeriggio cresce anche l’ansia, la loro e quella che trasmettono agli altri.

Ci sono poi i polemisti, nei confronti dei professori, del preside, del personale scolastico. Ogni motivo è buono per far polemica. E gli allarmisti? Quelli che vedono pericoli ovunque, a cominciare dall’olio di palma...

Beh, i complottisti sono coloro che trasmettono le riservatissime ed esclusive informazioni che hanno ricevuto direttamente dai piani alti (della scuola). E i gaffeur? Non siete gli unici a non scrivere mai messaggi al gruppo della classe, con voi c’è una quota di genitori silenti. Il problema nasce quando si dimenticano che nel gruppo c’è pure la persona della quale stanno cianciando e fanno una bella gaffe.

Esempio: «I genitori di quel bambino si lasciano... il papà viene a prendere la figlia a scuola con la nuova fidanzata...». Insomma quelli che non camperanno cent’anni perché non si fanno gli affari loro.

Poi ci sono i festaioli. Più o meno trenta bambini significano 30 compleanni, distribuiti nell’arco di 12 mesi fanno una media di 2,5 compleanni al mese. Praticamente potreste ritrovarvi ad avere un solo weekend libero. Se di figli ne avete due scordatevelo proprio. Il compleanno comporta un regalo, e se c’è un gruppo, perché non farlo insieme? Già. Solo che per educazione è meglio escludere il genitore del festeggiato. Nascono così, come niente, nell’arco dell’anno, i “sottogruppi” di classe su WhatsApp per i regali di compleanno.

Consiglio di classe

L’altro giorno una mamma friulana ha raccontato che alla prima riunione a scuola della figlia il tema di discussione era «WhatsApp e l’uso che ne fanno i ragazzi». Ha candidamente ammesso – ahi lei – che la sua piccola non ha il telefono e che quindi non è un problema che la tocca. Apriti cielo. Molti bambini non scrivono i compiti sul diario perché tanto c’è WhatsApp, ha detto un’altra mamma.

È poi intervenuto un papà che l’ha invitata a rivedere la sua decisione «perché alle superiori si troveranno ad avere uno strumento che non sanno usare e quindi è meglio dare loro il telefono ora e spiegare i pericoli». «È inutile che le neghi il telefono e poi lasci il computer, tanto se non è il telefono è il tablet ecc. ecc.». Che paura...

Era presente la professoressa di matematica, mamma tra l’altro di un bimbo in età scolare, e che – per fortuna – è intervenuta a sua volta così: «Non entro nel merito delle decisioni familiari di ciascuno di voi, ma mio figlio sa già che fino alle superiori il telefono se lo sogna».

Ecco. E in un attimo abbiamo già i primi sofferenti “orfani” delle chat, i quali non potendo lasciare libero sfogo sui social... come faranno? Come si è sempre fatto. Beati loro.

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