La primavera del Fai - FOTO

Il Fondo per l’Ambiente Italiano, organizzazione volta al recupero e alla tutela dei beni storici, artici e naturalistici, celebrerà domani e domenica, anche in Friuli Venezia Giulia, la sua 21ª Giornata di Primavera, con visite gratuite in luoghi normalmente non aperti al pubblico. E fino a domenica rimarrà anche attivo un numero verde solidale: mandando un sms al 45501 si possono donare 2 euro (da 2 e 5 chiamandolo da rete fissa).
Costituito nel 1975 per impulso di Elena Croce, figlia di Benedetto, di Giulia Maria Mozzoni Crespi, del casato che possedette il Corriere della Sera, e di altre personalità, il Fai è presto diventato una realtà rilevante e riconosciuta. A provarlo è il fatto che non è stato risparmiato dalla recente bagarre politica. La candidatura della presidente Ilaria Borletti Buitoni nella lista di Mario Monti ha provocato la reazione di alcuni esponenti, tra cui Salvatore Settis (già direttore della Normale di Pisa e presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali), che ha polemicamente rassegnato le dimissioni. Sono seguite quelle della stessa Borletti, cui è succeduto l’archeologo e accademico Andrea Carandini. La prima uscita pubblica del nuovo presidente nazionale avverrà proprio nella nostra regione, con il convegno nazionale previsto a Trieste dal 12 al 14 aprile.
Presidente e capodelegazione Fai per il Friuli Venezia Giulia è Tiziana Sandrinelli, che in questa intervista al Messaggero Veneto delinea un resoconto dell’attività.
– Il Fai ha sofferto la crisi, visto che di solito ne risentono per prime la cultura e l’arte?
«A noi sembra invece che offrano un rifugio alla sensibilità della gente. Con la crisi l’attenzione cresce, almeno così dicono i numeri. Le Giornate di Primavera in venti edizioni hanno avuto sei milioni e 800 mila visitatori. Di questi, 600 mila solo nel 2012: è l’uno per cento della popolazione, lattanti e centenari inclusi. Lo scorso anno, in Friuli Venezia Giulia, abbiamo registrato quasi 23 mila presenze, che naturalmente puntiamo quest’anno a superare. In quanto agli “apprendisti ciceroni”, i giovani volontari che prestano servizio durante la manifestazione, sono passati dai 15 mila dello scorso anno ai 21 mila di oggi».
– Come si regge, il Fai?
– Ha un patrimonio costituito da beni che vengono da donazioni, lasciti o affidamenti. Una trentina in tutto: ville e castelli, ma anche pezzi piccoli, l’edicola liberty di Mantova, la barbieria di Genova, il negozio Olivetti di Venezia. Ne curiamo la manutenzione e l’apertura al pubblico, come da statuto. Le risorse vengono anch’esse da elargizioni private, che si aggiungono alle quote sociali: quella base è di 39 euro, con un’agevolazione per gli under 26. In Italia contiamo circa centomila iscritti, in Friuli Venezia Giulia 2.700. I finanziamenti pubblici, quando ci sono, vengono erogati esclusivamente sui progetti».
– Per esempio?
«Appunto la Giornata di Primavera, impegno gravoso ma straordinariamente gratificante, per l’interesse che riscuote. Lo scorso ottobre è poi nata la Fai Marathon, un percorso pedonale che prevede la visita di alcune realtà locali. A Udine abbiamo “cucito” le osterie storiche, rimaste aperte per l’occasione. In circostanze del genere cerchiamo anche sponsor nazionali».
– Come Intesa San Paolo per i “luoghi del cuore”?
«Ci stavo arrivando. È un censimento biennale di beni che sono cari agli italiani, e che rischiano l’abbandono o il degrado. In sei edizioni le segnalazioni sono cresciute quarante volte. Nell’ultima ha vinto la cittadella di Alessandria, con 54 mila voti, il castello di Miramar, settimo, ne ha avuti 26 mila. Compatibilmente con le risorse, queste segnalazioni portano a interventi di restauro, come l’intervento sul leone marciano dell’arco Bollani, nel castello di Udine».
– Voi siete convinti che il patrimonio di beni di cui dispone l’Italia potrebbe essere una risorsa preziosa.
«Non teniamo mai disgiunto l’aspetto economico da quello culturale: ci occupiamo di cose che rappresentano la nostra storia e la nostra identità, ma anche uno straordinario potenziale di reddito. Il Fai può portare testimonianze dirette, sperimentate sul territorio: dopo il restauro di un bene – penso al castello della Manta, o a quello di Avio –, cambia il rapporto della popolazione con questo pezzo della realtà territoriale. E si crea un piccolo indotto, legato all’attrazione dall’esterno: la vendita dei souvenir, la pizzeria, l’agriturismo e così via. Parliamo di realtà molto piccole: se ci fossero stati maggiori investimenti nel settore, in passato, le nostre casse pubbliche probabilmente sarebbero messe meglio».
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