La Margherita a Illy: guida il nuovo partito

Il presidente: «Non entro, ma vi aiuterò». E chiude il caso Moretton: «Grazie della scelta»
GORIZIA. Un sì unitario, o quasi, al partito democratico, il nuovo segretario della Margherita Antonio Ius eletto, come da prassi, per acclamazione e la richiesta di Dario Franceschini, volato da Roma, a Illy di entrare nel Pd e guidare Intesa alle regionali 2008. Un invito che il governatore non accoglie: «Vi aiuterò a costruirlo - risponde dal palco del secondo congresso redionale dei Dl - senza aderire». Nel clima surreale di una Gorizia in pieno panico elettorale, con il centro-sinistra diviso, il sindaco uscente Vittorio Brancati che non si fa nemmeno vedere, e un congresso della Margherita che sembrava proprio non volerne sapere del voto del 27 maggio, a dare la carica a Giulio Mosetti, il candidato sindaco dell'Ulivo, ci pensa il governatore Illy. «Possiamo farcela - dice - avere più candidati ci può essere di aiuto per arrivare al secondo turno». Un auspicio, ma certo non un test, quello delle amministrative che si svolgono in un clima diverso dalle regionali 2008.


E proprio su questo la Margherita non fa dietrofront e Ius, nel giorno dell'elezione a segretario, chiede ancora a Illy di sciogliere le riserve e di fare il candidato «come è naturale che sia». Ma il presidente replica, senza polemiche, e dice che «decidere adesse significa aprire la campagna elettorale troppo presto, mentre prima dobbiamo finire il programma». La sala applaude. Sul fondo, le fotografie amarcord di quattro anni di governo di Intesa. Davanti agli occhi la sfida del 2008, quando le bandiere coi petali bianchi potrebbero non servire più e lasciare il posto al nuovo simbolo, unitario, che punta a rinnovare il centro-sinistra dal basso. E così anche il capogruppo dell'Ulivo alla Camera, Franceschini, insiste. E dopo avere chiesto dialogo, discussione, apertura per costruire un soggetto nuovo e moderno, chiede al presidente Illy di «concludere il suo percorso politico - dice - nel modo più naturale, quello che porta dentro il Pd. La gente non capirebbe un suo rifiuto, è bene se ci entra e lo fa prima possibile». Dal 2008, dunque, come leader di una coalizione che si ammoderna. Un invito, quello di Franceschini, sottoscritto dai big della Margherita e dallo stesso Moretton nell'intervento conclusivo del congresso ma che, nel pomeriggio, quando il capogruppo è già è volato via, il leader di Intesa non accoglie. Resterà un esterno, dice, ma aiuterà il partito democratico, anche garantendo l'ingresso delle civiche, sebbene non necessariamente in queste regionali. E a chi in sala, più o meno apertamente, lo considera un “anti-partitico” irriducibile, Illy spiega che ci crede, ma che il suo ruolo deve essere un altro: «Spero che dopo tangentopoli il Pd possa ridare un significato alto ai partiti in Italia - dice fra qualche mugugno -.


La mia massima aspirazione, sarà quando il centro-sinistra in Fvg sarà in grado di vincere anche senza di me. E' questo il più grande rammarico che ho provato a Trieste, non avere trovato un successore, ma in Regione non accadrà. Voglio un successore vincente, se sarà già nel 2008 o nel 2013 non lo so». Moretton osserva tutto dal tavolo di presidenza. Si liscia i baffi. Ha con sè il 75% del partito. Ma, nonostante i numeri, ha rinunciato a fare il segretario per un veto del presidente, che gli ha chiesto di scegliere fra partito e giunta come stabilito nel 2003. Un tormentone durato mesi. Quella gente in sala lo sa bene. E nemmeno Illy, schietto nei ringraziamenti all'ex segretario Flavio Pertoldi e negli auguri a Ius, fa finta di niente. Tanto che dal palco per la prima volta affronta faccia a faccia col suo vice il caso-Moretton e lo chiude: «Grazie Gianfranco - dice - che, assieme a voi, ha fatto questa scelta importante riconoscendo che c'era un accordo». Un accordo che non lasciava scelta, ripetono in molti. Non però Sergio Cecotti. Il sindaco-fisico di Udine, in prima fila al congresso («se vai a quello dei Ds devi venire anche qui», scherza, «perché se stai assente a uno solo il motivo è politico, a tutti e due, beh, allora sei malato»), una soluzione ce l'ha. Le carte erano due: l'elezione a segretario e le dimissioni. «Io che avrei fatto? Mi sarei fatto eleggere e poi mi sarei dimesso - dice - ma non da assessore, mi sarei dimesso da segretario. Lasciando a un vicario il partito». Magari proprio a Ius.

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