La lunga marcia

Verso il bipartitismo
Sabato sera, ore 21.30, la Margherita ha votato l'impegno a far nascere il Partito democratico; i Ds l'avevano già fatto nel pomeriggio. I due partiti hanno stabilito di sciogliersi «all'atto della nascita». Muore il partito dei Ds e Mussi se ne va. Arrotola la vecchia bandiera, la mette sotto il braccio e fa dietrofront. Molti vecchi compagni lo guardano e piangono.


Angius è incerto se seguirlo o no, è turbato e confuso. Giordano non è dei Ds, ma guardava ai Ds come a una forza vicina, ora dice che quella forza s'è allontanata, ha varcato l'orizzonte ed è sparita. Che ne sarà di tutti questi vecchi militanti della sinistra che si rifiutano di compiere la lunga marcia dai Ds al Pd?

Intanto bisogna dire che per loro la marcia è molto più lunga. Già hanno seguito la traversata dal Pci al Pds e poi dal Pds ai Ds. È stata una marcia unica, dal Pci al Pd, le tappe intermedie sono state brevi soste. In questa lunga traversata, tutto il bagaglio culturale è stato sostituito: l'idea di partito, di Stato, di fabbrica, di lavoro, insomma il senso del fare politica. Se il bagaglio culturale fosse visibile ai raggi e noi avessimo una lastra di D'Alema quando bacia in bocca Breznev e una quando stringe la mano a Condoleezza, diremmo che quel che c'è in D'Alema oggi è incompatibile con quel che c'era allora. Chi si portava dentro quel bagaglio, quando aveva la lancia della storia puntata alle reni, doveva sentire che il viaggio era impossibile, fermarsi e morire. L'abbiamo già detto: un uomo politico costruito per fare una storia, quando quella storia muore, muore con essa. Ecco cosa fa Mussi: va a morire fuori-storia. Aspetta la morte politica, il non aver futuro, il vedere che l'essere non corrisponde al pensiero: tutto quello che è, è diverso da tutto quello che lui pensava. Chi lo guarda e piange, piange per questo. Il mistero non è Mussi che torna indietro. Il mistero è tutto il vertice dei Ds che va avanti, come se niente fosse e approda nel nuovo partito come se fosse una sua conferma.


«Il comunismo organizzato è stato sconfitto dalla storia», dice Franco Marini: «Se me l'avessero detto anni fa, quand'ero un dirigente della Cisl, che sarei stato nello stesso partito con uno della Cgil, sarei andato a sbattere in moto».


Il Partito democratico è necessario e inevitabile: i sondaggisti dicono che il 70% degli italiani vuole un solo partito a sinistra e uno solo a destra. Ci arriveremo, il problema è quando e come e con chi. Con chi è importante. Il Pci ha cambiato tutto, in tante tappe, tranne gli uomini. Il vertice del Pci è rimasto il vertice del Pds che è rimasto il vertice dei Ds che si avvia a diventare il vertice del Pd. I rapporti di forza con la Margherita sono tali per cui nel Pd la componente margheritina sarà netta minoranza. Come nell'Unione. Solo che un partito unico non è un'unione: nel partito unico le quote che si fondono devono accettare di perdere un po' della loro identità. Questa perdita di identità si traduce, per il Pd, in perdita di consensi. Abbiamo appena detto che la gente si aspettava un partito unico a sinistra, ma allora perché, ora che è nato, soltanto il 23% si dichiara disposto a votarlo? Molto meno del risultato elettorale che i due partiti hanno ottenuto alle ultime elezioni. Si perdono voti comunisti e si perdono voti cattolici. Rosy Bindi chiede ai cattolici un passo avanti verso l'accettazione della laicità, ma i teodem capitanati da Luigi Bobba ed Enzo Carra lanciano subito un appello a sostegno del Family day e ottengono la firma di 160 delegati. Nell'Unione, identità ex comunista e identità cattolica votavano insieme, ma lavoravano separate. Nel partito unico, devono anche lavorare insieme. È il problema dei problemi.

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