La “baronessa” del gelato che suscita orrore in Austria

di Marco Di Blas
Fine di un incubo. L’arresto a Udine della giovane viennese – ma a volte viene indicata come spagnola e sul passaporto sembra appaia invece la nazionalità messicana – ha chiuso prima di quanto fosse lecito sperare le indagini su un caso che ha scosso l’opinione pubblica austriaca. Non tanto per l’efferatezza del duplice delitto, che resta comunque un crimine, ma per le modalità di occultamento dei cadaveri, che ricorda altri casi analoghi. In molte delle storie horror d’oltralpe la scena è la cantina, sia che si tratti di nascondervi in sacchi di nailon i corpicini di tre neonati, come quelli trovati quattro anni fa a Innsbruck; sia che vi si rinchiuda per otto anni una bambina, oggetto di un desiderio malato, finché diventa donna e fugge; sia che vi si conduca in cattività una vita parallela, costruendo incestuosamente una famiglia con i figli avuti dalla propria figlia più grande, mentre al piano di sopra vive ignara la famiglia “normale”, inconsapevole di quel che sta accadendo sotto ai suoi piedi, in un bunker sigillato e insonorizzato, perché nessuno scopra nulla. Sia che, come in quest’ultimo caso, i cadaveri siano stati fatti a pezzi e poi “annegati” in una bara ci calcestruzzo.
C’è qualcosa di sconvolgente in questo “modus operandi”. Gli austriaci giustamente si infastidiscono quando qualcuno osserva che Freud in fin dei conti è un loro connazionale e che la psicanalisi è nata a Vienna. Ma quel richiamo, per spiegare ciò che accade, è una tentazione a cui è difficile sottrarsi di fronte a episodi così macabri nel loro svolgimento e che non trovano analogie in altri Paesi. Dove magari succede di peggio, ma non così.
Non c’è da stupirsi, dunque, se la notizia dell’arresto sia balzata immediatamente sui siti web di tutti gli organi di informazione austriaci e oggi probabilmente sarà in prima pagina nelle edizioni stampate dei giornali. Quasi tutti i giornali l’hanno messo in apertura e anche nei seriosi “Die Presse” e “Der Standard” appariva tra i primi titoli nella loro home page.
Per Goidsargi Estibaliz Carranza è già stato trovato un soprannome: è per tutti la “Eisbaronin”, la “baronessa del gelato”, con riferimento alla gelateria che gestiva nello stesso condominio in cui aveva occultato i cadaveri dell’ex marito e dell’amante. Qualche fonte italiana ieri aveva tradotto erroneamente “principessa”, ma non è la stessa cosa. Non perché sia importante la distinzione tra i due titoli nobiliari, ma perché “baronessa” nel lettore austriaco richiama alla mente lo “zingaro barone”, titolo di un’operetta molto popolare, e immediatamente attutisce gli aspetti sconvolgenti del caso, come nelle operette, appunto, dove anche la tragedia diventa più sfumata e sopportabile.
La notizia dell’arresto e della confessione consente dunque di por fine a un incubo, che altrimenti sarebbe potuto durare chissà quanto, come nei precedenti episodi, ma ovviamente molti punti restano ancora da chiarire. In base agli elementi raccolti finora dalla polizia italiana e austriaca, la donna dovrebbe aver ucciso il marito, un cittadino tedesco della sua stessa età, nel 2008, sparandogli con la pistola di lui. Allo stesso modo avrebbe ucciso nel novembre scorso l’amante. Questi era stato suo complice nel primo omicidio o quanto meno nell’occultamento del cadavere? Dove e con l’aiuto di chi la donna aveva segato in più pezzi i corpi delle sue vittime? È possibile che lo abbia fatto da sola, senza che nessuno se ne accorgesse, seppellendo poi i tronconi dei corpi nelle vasche di calcestruzzo? Non tutti: del secondo cadavere – quello che “baronessa del gelato” ha dichiarato essere il suo ex marito – si è trovata per ora soltanto la testa.
Sono interrogativi ancora aperti, ma la fine della storia, comunque, la si conosce già.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








