«In mille qui da due mesi per far rispettare la pace»

Intervista al generale Ugo Cillo, comandante della brigata Pozzuolo I nostri soldati sono a capo della missione Onu Unifil nel paese dei cedri
Di Lieta Zanatta
Remanzacco 21 ottobre 2016 Saluto alla bandiera di guerra alla caserma S. Lesa. Copyright Foto Petrussi / Ferraro Simone
Remanzacco 21 ottobre 2016 Saluto alla bandiera di guerra alla caserma S. Lesa. Copyright Foto Petrussi / Ferraro Simone

Da due mesi la brigata Pozzuolo del Friuli è a capo della missione delle Nazioni Unite Unifil nella parte ovest del sud Libano. Un impegno tutt’altro che facile, visto che dal 2006 ogni sei mesi al comando si succedono a rotazione le varie brigate italiane. Di fatto, la presenza dei caschi blu a garanzia della Blue Line, la linea amministrativa di confine che da qualche anno si sta realizzando tra Israele e il paese dei cedri, riesce a stabilizzare, unica nell’area, una zona calda a ridosso di una Siria devastata da sei anni di guerra.

La brigata Pozzuolo, dislocata in Friuli Venezia Giulia e Veneto, si compone di un reparto comando, tre reggimenti di Cavalleria, il reggimento lagunari, un reggimento di artiglieria ed uno genio guastatori. Sta lavorando a fianco delle Forze armate libanesi e si prodiga in aiuti umanitari – con materiale raccolto da associazioni friulane – in progetti a breve termine per le infrastrutture locali. Si rapporta inoltre di continuo con i capi amministrativi e religiosi dei villaggi per capire i bisogni della popolazione. Elementi essenziali per una pacificazione, per tenere sempre più distanti i conflitti che dal 1975 tengono banco in Libano. Il generale Ugo Cillo, comandante della brigata Pozzuolo del Friuli a Shama, nella base italiana “Millevoi” fa il quadro della situazione.

Generale Cillo, quali sono gli scopi del mandato Onu?

«Lo scopo primario è ripristinare la stabilità e sicurezza affinché il governo libanese possa riacquisire l’effettivo controllo del sud del Libano e perché il popolo libanese possa ritornare a condizioni di normalità cui ha diritto. Dare la sicurezza in Libano è cruciale per la stabilità in tutto il Medio Oriente. Assieme ai miei militari stiamo lavorando per far applicare quanto sancito dalla risoluzione 1701 del consiglio di sicurezza dell’Onu, concentrandoci nel far rispettare il cessate il fuoco e nel supportare le autorità libanesi».

Cosa significa per lei un impegno come questo? Come si è preparato con i suoi uomini?

«Per un comandante di uomini qualsiasi impegno, sia in patria che all’estero, deve essere condotto con la consapevolezza di raggiungere gli obiettivi richiesti dalla missione o operazione che sia. Tutto viene pianificato con scrupolo e attenzione dal momento in cui ci si addestra per l’uscita in teatro, già sei mesi prima. Ogni unità si prepara sia sotto l’aspetto operativo che logistico e approfondisce con cura la storia e la cultura del paese che ci ospita, per facilitare l’approccio con la popolazione. Per quanto riguarda la Brigata di Cavalleria, si tratta del quinto mandato sotto l’egida delle Nazioni Unite: fu proprio la Pozzuolo del Friuli nel 2006 ad aprire l’operazione “Leonte 1” nel 2006 con l’allora generale Paolo Gerometta. È una missione per molti dei miei uomini e donne già conosciuta e le stesse popolazioni locali conoscono l’operato di noi italiani, in particolare dei militari della mia brigata. Ogni missione, comunque, va affrontata come se fosse la prima volta».

Che tipo di teatro è il Libano? Quali sono i pericoli in questa missione?

«Il Libano è una terra meravigliosa, tipicamente mediterranea, dove l’area in cui operiamo assomiglia molto al sud della nostra Italia. È una realtà complessa, che proviene da 30 anni di guerra dove, tuttavia, gli straordinari risultati che Unifil sta ottenendo in termini di stabilità, impongono la fiducia nel futuro. I pericoli possono essere svariati, ma bisogna soprattutto pensare agli obiettivi da perseguire».

Con quanti uomini siete partiti?

«La Brigata è partita con circa mille uomini che costituiscono il comando del Sector West di Unifil, formato dal Comando Brigata, il Reggimento logistico, assetti del 3º reggimento Genio guastatori di Udine, il 7º Reggimento Trasmissioni di Sacile, 32º Reggimento Trasmissioni di Padova, 7º Reggimento Nbc (difesa nucleare, biologica e chimica) di Civitavecchia. Poi ci sono il reggimento “Genova Cavalleria” (4º) di Palmanova con elementi dei “Lancieri di Novara” (5º) di Codroipo e del 132º Reggimento Artiglieria “Ariete” di Maniago che costituiscono Italbatt, il battaglione di manovra. Qui, sotto il comando, vanno aggiunti i contingenti di: Armenia, Brunei, Estonia, Finlandia, Ghana, Corea del Sud, Irlanda, Malesia, Serbia, Slovenia e Tanzania».

Qual è il valore aggiunto in questa missione di una brigata “friulana” come la Pozzuolo?

«La Pozzuolo del Friuli è una grande unità dell’Esercito Italiano da sempre particolarmente radicata in Friuli Venezia Giulia e in particolar modo nell’Isontino. Lo dimostrano le numerose attività che da sempre organizziamo con gli enti locali sia a carattere storico, sia culturale e promozionale. Il centenario della presa di Gorizia ne è l’ultima dimostrazione. Il Comune, nella persona del sindaco Ettore Romoli, ha chiesto la collaborazione dello Stato Maggiore dell’Esercito che, tramite la brigata, ha organizzato una serie di eventi per l’importante centenario. Oltre che con le autorità locali, la brigata collabora anche con il mondo dell’università in particolare con gli atenei di Udine e Trieste. Prima della partenza ci ha fatto particolarmente piacere ricevere dalla cantina “Produttori di Cormons” alcune bottiglie del Vino della Pace che doneremo alle autorità locali quale importante simbolo di pace e fratellanza. Un grazie particolare alla cittadinanza goriziana e a tutta la regione Friuli Venezia Giulia».

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