In cella i figli del boss che faceva affari a Udine

UDINE. È successo in Sicilia, ma il collegamento con il Friuli è strettissimo. L’avvocato Marcello Marcatajo, 69 anni, di Palermo, è stato arrestato all’alba di ieri nella sua villa di Mondello con l’accusa di riciclaggio, aggravato dal fatto di avere favorito l’organizzazione mafiosa. E cioè, in particolare, la cosca dell’Acquasanta, controllata dalle famiglie Galatolo e Graziano.
Ed eccoci già, senza troppi giri di parole, all’anello di congiunzione tra Cosa nostra e il Nord-Est italiano. Perchè parlare dei Graziano, a Udine e dintorni, significa evocare la figura di uno dei boss mafiosi più temuti degli ultimi anni dentro e fuori l’isola. Si chiama Vincenzo - “Viciuzzu”, per amici e affiliati - e alla fine degli anni Novanta decise di trasferire proprio qui, alle porte del capoluogo friulano, la propria famiglia e una parte dei loro interessi imprenditoriali.
Ossia delle società edili attraverso le quali “lavare” il denaro ottenuto dalle attività illecite - in primis, la riscossione del “pizzo” tra gli imprenditori dei cantieri navali di Palermo - condotte in Sicilia. A rispedirlo in carcere nel dicembre del 2014, dopo che aveva scontato già una prima condanna a otto anni e una seconda a cinque, erano state proprio le rivelazioni di colui che aveva contribuito alla sua ascesa tra i “padrini”: Vito Galatolo, figlio di quel Vincenzo condannato all’ergastolo per l’omicidio, tra gli altri, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Ebbene, folgorato sulla via di Damasco, poco più di un anno fa Vito chiese di parlare con il pm Nino Di Matteo, il magistrato che indaga sulla trattativa Stato-mafia, e, deciso ormai a passare dalla parte dei pentiti, gli rivelò che il superlatitante Matteo Messina Denaro aveva ordinato di farlo saltare in aria. Del commando aveva fatto parte anche Viciuzzu: suo l’incarico di comprare e custodire l’esplosivo per l’agguato.
E rieccoci alla retata di ieri. L’ultima operazione dell’insospettabile avvocato Marcatajo per conto dei boss sarebbe stata la vendita di una trentina di box. I mafiosi - aveva spiegato in un successivo “faccia a faccia” Galatolo – avevano fretta a incassare i soldi, perchè «parte del denaro, 250 mila euro circa, li abbiamo utilizzati per acquistare l’esplosivo che doveva servire all’attentato per il giudice Di Matteo».
Non è un caso, allora, se il legale fosse sulle spine per le confessioni dell’ex boss dell’Acquasanta.
A rivelarlo sono le intercettazioni, cominciate ancor prima della collaborazione di Galatolo. Era stato un “pizzino” sequestrato a casa del costruttore mafioso Vincenzo Graziano, nel frattempo uscito di galera e rimasto a vivere a Palermo, a consegnare agli inquirenti il nome di Marcatajo.
Ma non è finita. Perchè l’inchiesta culminata nelle misure cautelari di ieri - l’operazione, denominata “Cicero”, è coordinata da un pool di magistrati di cui fa parte lo stesso procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi - ha visto finire nei guai anche altri “pezzi” della famiglia Graziano a loro volta strettamente legati al Friuli. Nei confronti di Francesco e Angelo, entrambi figli del boss, è stata disposta la custodia in carcere, mentre la nuora Maria Virgia Inserillo (moglie di Francesco) è stata ristretta ai domiciliari.
Tutti nomi ben presenti ai carabinieri di Udine, che nel non lontano 2010 avevano proceduto al sequestro di beni loro intestati per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro. Il provvedimento era stato disposto dalla sezione per l’Applicazione delle misure di prevenzione del tribunale di Palermo, nell’ambito di un sequestro di beni per complessivi 50 e più milioni di euro.
In Friuli, i sigilli erano stati apposti sulla “Ag costruzioni srl” di Tavagnacco, di cui proprio Francesco era l’amministratore unico, e su una serie di appartamenti e autorimesse costruiti tra Tavagnacco e Martignacco.
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