Imprenditori non all'altezza e Stato nemico
A ben pensare, è normale che siano proprio i friulani a scappare dall’Italia: maggiore è la percezione della legalità, il bisogno di onestà e di meritocrazia, la voglia e la necessità di lavorare, altrettanto grande è la necessità di cercare rifugio altrove.
Ecco perché i numeri, elencati sul Messaggero Veneto in questi giorni (se ne vanno in 400 al mese) non sorprendono quando confermano una “fuga” di proporzioni superiori rispetto ad altre realtà.
Il Friuli è stata ed è terra di lavoratori. In migliaia sono andati a cercarlo in ogni angolo del mondo: nel Nord Europa e nelle Americhe. Il dopo terremoto ha creato nuove opportunità, arrestando la fuga. L’inerzia economica positiva non poteva durare in eterno, sia perché è mancata lungimiranza imprenditoriale sia perché è mancato, e manca, lo Stato.
Cominciamo dalle imprese. In Friuli continuano a sparire le aziende, anche quelle storiche. Il Triangolo della Sedia, decimato, è probabilmente l’emblema della mancanza di strategia. Per anni si sono montati tavoli e sedie senza investire nel futuro; senza guardare oltre il proprio orto e senza accorgersi che il mondo cambiava.
La lista dei fallimenti è lunga, così come quella delle aziende, anche storiche, ancora in bilico. Lo stesso vale per altri comparti industriali: quello del “bianco” di Pordenone, per esempio.
Tolte una decina di aziende come Danieli, Calligaris, Rizzani de Eccher, Pittini, Fantoni resta ben poco ai giovani: non ci sono abbastanza spazi per le loro competenze; non c’è imprenditoria all’altezza. Spazi che, invece, si trovano all’estero. Non solo: fuori dalle nostra mura si trovano anche spazi meno qualificati, come cuochi, tornitori, baristi...
Poi c’è lo Stato. Uso le parole di un ex presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan: «Non aspettatevi che lo Stato risolva i vostri problemi, perché è proprio lo Stato il vero problema». Un debito pubblico elevatissimo (2.200 miliardi), troppa burocrazia, migliaia di leggi e regolamenti, a volte in contraddizione, che non soltanto ostacolano l’imprenditoria, ma che diventano anche fonte di corruzione.
Troppa e onerosa l’inefficienza delle aziende pubbliche; l’incapacità di difenderci dalla delinquenza crescente. Sembra quasi che le leggi siano pensate per tutelare chi è in torto: dal falso in bilancio al furto, passando per la corruzione e arrivando alla truffa. Nessuno paga. Sembra che la legge non sia uguale per tutti. Il primo esempio che mi passa per la mente: i dipendenti pubblici assenteisti sono rimproverati, alla peggio sospesi; quelli privati licenziati.
E che dire della magistratura e dei suoi tempi. Nei giorni scorsi il collega Mauro Nalato – commentando l’inchiesta sul Sauvignon – si chiedeva: «Perché le istituzioni sono quasi sempre (le eccezioni ci sono, per fortuna) controparte e mai partner? Perché non mi affiancano per farmi fare la scelta migliore? Perché, sempre più spesso, hanno un atteggiamento punitivo, vessatorio? Perché mi considerano colpevole a prescindere? Perché debbo essere io a dimostrare la mia innocenza e non loro la mia colpevolezza?».
Domande condivisibili poste a uno Stato che con una mano chiede, giustamente, tasse e con l’altra non garantisce servizi; non rispetta i propri impegni. Sembra, dico sembra, voglia mettere in difficoltà il sistema produttivo.
Sembra il nemico. L’esempio dell’Iva è il più facile: sono molte le aziende a credito, anche di decine di migliaia di euro, obbligate a pagare regolarmente il 22 per cento delle fatture emesse, anche se non sono state saldate. Anche così chiudono le aziende.
A questo punto la domanda è: perché rimanere in questo Paese? Io, genitore, a malincuore, oggi spero che mia figlia se ne vada.
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