Il prefetto di Udine avverte: con gli sbarchi al Sud altri arrivi in Friuli

UDINE. I muri balcanici a est, le strette austriache sull’accoglienza a nord e il sud Italia che rischia di diventare la nuova terra d’approdo dei profughi da Grecia e Albania non turbano, almeno al momento, Vittorio Zappalorto.
Anzi, il prefetto di Udine – pur avvisando come con il fenomeno dell’immigrazione dovremo fare i conti per tanto tempo e che le autorità sono comunque pronte a rispondere con efficacia a ogni evenienza o cambio di paradigma – lancia ai cittadini un messaggio di serenità e di rassicurazione.
«Affronteremo qualsiasi situazione – ha detto – con lo stesso spirito e la medesima determinazione che hanno permesso ai friulani di vincere le tante sfide e avversità, ben più impegnative di questa, disegnate dalla storia».
Prefetto, partiamo dalla situazione attuale: come procede il sistema di accoglienza diffusa, almeno nel territorio di sua competenza?
«La realtà non è negativa. Ormai, in provincia di Udine, ci sono più di 30 Comuni che ospitano profughi e che hanno sottoscritto un protocollo di collaborazione sinergico tale da permettere ai migranti di essere impegnati in piccoli lavori di pubblica utilità senza togliere posti di lavoro a nessuno. Questo, poi, è un territorio in cui esistono pratiche locali, come quelle di Palmanova, Venzone o Tarcento, che portiamo come ottimi esempi di integrazione al Viminale».
A proposito del ministero dell’Interno, Alfano ha preannunciato l’intenzione di chiedere alle Regioni la disponibilità di più altri 100 mila posti per l’accoglienza dei profughi. La lettera da Roma è arrivata anche a Udine?
«No, al momento non c’è stata alcuna richiesta. Mi preme, però, sottolineare come il fenomeno degli arrivi pur non essendo in aumento, si mantenga costante per cui sarà inevitabile che il ministero aggiorni le quote di ripartizione su scala nazionale. Vale la pena ricordare, inoltre, come il Viminale distribuisca i migranti a scaglioni di 10 mila unità alla volta e, in questo senso, anche il famoso tetto del 3,14% del Friuli Venezia Giulia dovrà essere rivisto».
La situazione internazionale, però, è sempre più complessa. Non è preoccupato per i nuovi limiti all’accoglienza decisi dall’Austria e per le possibili ripercussioni sul Tarvisiano?
«Innanzitutto devo dire che, personalmente, mi conforta la posizione della cancelliera tedesca Angela Merkel decisa, nonostante le polemiche, a mantenere valida la sua politica di apertura. Ma poi bisognerà capire, da qui ai prossimi mesi, quello che significherà, nel concreto, il ripristino dei controlli alla frontiera. L’Austria verificherà un camion ogni 10? Oppure ogni 100?»
Lei quindi non crede alla possibilità che la montagna friulana si trasformi in una sorta di imbuto?
«Noi potremmo rischiare soltanto nell’ipotesi in cui la rotta balcanica dovesse davvero subire una deviazione a ovest che porti i migranti a dirigersi verso le coste di Puglia, Marche e Abruzzo con costoro che da lì, in gran numero, cercassero di raggiungere i Paesi del nord Europa. In quel caso il Tarvisiano potrebbe rappresentare, pur in misura minore rispetto al Brennero, un problema».
Il Viminale, in questo scenario, sarebbe pronto a rispondere all’emergenza?
«Nel caso verrebbe coinvolto l’intero Governo, quindi anche il ministero della Difesa e degli Affari Sociali, non soltanto quello dell’Interno. Dobbiamo essere preparati, e lo saremo, a ogni eventualità, ma resto convinto che il meccanismo di aiuti economici deciso dall’Unione europea sia in grado di trattenere la maggior parte dei migranti in Turchia e in Grecia».
Quante possibilità ci sono che anche l’Italia decida di “chiudere” i propri confini?
«È un’ipotesi scolastica e, francamente, non credo che ci arriveremo mai. Nel malaugurato caso in cui dovesse accadere, però, non ci faremo trovare impreparati».
Le statistiche dicono che nel nostro Paese, nel 2015, soltanto il 37% di chi ha presentato domanda di asilo ha trovato poi accoglimento. Come giudica questi dati?
«Significa che le Commissioni territoriali svolgono il loro lavoro con serietà. Ci sono profughi e profughi. Chi ha diritto a una forma di protezione e chi, invece, è un migrante economico come la maggior parte di coloro che si trovano a Calais e che la Gran Bretagna, come è suo diritto, non ha intenzione di accogliere».
Tornando in regione: la possibilità di creare un sesto hotspot nazionale, dopo quelli in Meridione, nel Tarvisiano è reale?
«Per quello che ne so io, al momento, non c’è nessuna intenzione di realizzare un centro profughi in Friuli. Qui siamo impegnati ad allargare le maglie dell’accoglienza anche grazie al ruolo di una Regione che sta fungendo da regia investendoci notevoli risorse economiche».
Scusi, ma allora perchè non concede il via libera alla conversione dell’ex caserma Lamarmora?
«A me dispiace essere colui che blocca, per adesso, eventuali investimenti, ma non è il periodo migliore per questo genere di proposte. È meglio mettere le mani avanti e muoversi con prudenza. Lasciamo che si sgonfi l’emergenza e poi ci penseremo».
È ancora contrario all’operazione “Strade Sicure”?
«Resto convinto che il compito dell’esercito sia un altro, ma devo ammettere che le pattuglie, assieme a quelle miste italo-slovene, si stanno rivelando più efficaci e utili di quello che mi sarei aspettato».
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