Il ladro di Bagdad, il migliore finale possibile

Il capolavoro di Raoul Walsh con un energico Fairbanks conclude stasera al Verdi di Pordenone la 35ª edizione delle Giornate del cinema muto

PORDENONE. Un titolo di grande richiamo chiude la 35ª edizione delle Giornate del Cinema Muto, stasera alle 20.30 e, in replica, domani alle 16, al Teatro Verdi di Pordenone: Il ladro di Bagdad (1924), prodotto, co-sceneggiato e interpretato da Douglas Fairbanks, con la regia di Raoul Walsh.

Per questo evento l’accompagnamento musicale è affidato all’Orchestra San Marco di Pordenone, diretta da Mark Fitz-Gerald, che ha ricostruito e adattato la partitura originale del film. Considerata una delle pietre miliari del cinema fantasy, questa pellicola è una delle migliori trasposizioni cinematografiche di Le mille e una notte, celebre raccolta di novelle orientali costituita a partire dal X° secolo e composta da differenti autori.

Il ladro di Bagdad è il più ambizioso e ricco dei lavori di Douglas Fairbanks, icona incontrastata del cinema hollywoodiano di avventura degli anni 20, importante figura non solo dell’industria cinematografica ma anche della cultura americana. Il film è dominato dalla sua fisicità esplosiva, dai virtuosismi acrobatici, dalla gestualità esuberante e istrionica, ma il successo è determinato anche dalle scenografie grandiose di William Cameron Menzies.

Il film "Il ladro di Bagdad"

Fu Mitchell Leisen, costumista della celebre attrice Mary Pickford, moglie di Fairbanks, a far pressione su di lui affinché lo assumesse come scenografo. Il giovane Menzies riesce a vincere le iniziali perplessità di Fairbanks presentandogli una serie di grandi tavole raffiguranti la città di Bagdad a inchiostro e vividi acquarelli, nonché una quantità di disegni a china, mettendogli così a disposizione una visualizzazione anticipata del film.

La Bagdad creata da Menzies, a cui questa edizione delle Giornate pordenonesi ha dedicato una speciale retrospettiva, è costruita con legno, gesso e cartapesta su una vasta superficie dello stabilimento cinematografico della coppia Pickford-Fairbanks situato sul Santa Monica Boulevard a West Hollywood.

Una città favolosa fatta di palazzi imponenti con interni sontuosi, giardini, minareti, vicoli tortuosi, popolata di maghi, principi, ladri, mercanti, incantatori.

La scenografia di Menzies e gli sfarzosi costumi di Mitchell Leisen (che una decina d'anni dopo sarebbe diventato un prolifico regista cinematografico, e poi televisivo), che contribuiscono a rendere più vivo che mai negli spettatori degli anni 20 il sogno dell’esotismo, sono funzionali all’impostazione fantastica del film, connotato dalla presenza della magia, creata visivamente dagli effetti speciali di Coy Watson Sr. e Hampton Del Ruth.

Il ladro di Bagdad è ricchissimo di elementi fantastici (tappeti volanti, mantelli dell’invisibilità, misteriosi bauli e cofanetti) che saranno ripresi dal remake in Technicolor di produzione britannica, che, dopo una lunga lavorazione negli studi londinesi, a causa dello scoppio della guerra viene completato a Hollywood nel 1940, con la collaborazione di William Cameron Menzies che dirige alcune scene.

I costi esorbitanti di Il ladro di Bagdad creano seri problemi finanziari a Douglas Fairbanks, che, per recuperare le spese, ritorna a produrre e interpretare film di cappa e spada a cui il suo pubblico era affezionato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto