Il generale Carlo Jean: squadroni della morte dietro il barbaro delitto
TRIESTE. Il povero Giulio ha pestato piedi influenti, ha sentito persone di cui, probabilmente, non avrebbe dovuto neppure conoscerne l’esistenza. E così è stato punito, da schegge impazzite della polizia egiziana.
Non ha dubbi il generale Carlo Jean - esperto di strategia militare e di geopolitica, attualmente docente di studi strategici alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Luiss - che l’esecuzione di Regeni sia un fatto politico, insomma un atto di terrorismo.
Generale l’omicidio Regeni è un atto terroristico o è un fatto che va ascritto alla delinquenza comune?
«Molto verosimilmente è un atto terroristico fatto sia da organismi di polizia oppure da gente che pensava di essere tradita da lui. Non è da escludere perché può darsi che lui ponendo le domande e facendo le inchieste avesse suscitato il sospetto di tradimento da parte degli oppositori del regime».
Vista la dinamica dei fatti qual è la sua opinione?
«Propendo per qualche scheggia impazzita della polizia del tipo “squadroni della morte” in Uruguay».
Quale interesse avrebbero avuto nell’uccidere il ragazzo?
«Per dire agli altri “guardate che andiamo pesanti e di conseguenza non pestateci i piedi”».
Per quanto riguarda gli studi che stava facendo Regeni sul sindacalismo dopo la Primavera araba, deve aver toccato delle corde particolarmente sensibili?
«Sicuramente il governo che cerca di tenere sotto controllo i sindacati, infiltrati nei partiti di opposizione. Visto che Regeni scriveva per il Manifesto, un giornale ideologicamente opposto al regime militare di al-Sisi, era considerato un nemico».
C’è una aspetto geopolitico in tutta questa vicenda?
«A mio avviso non è che cambino i rapporti con l’Egitto, tanto più che Il Cairo combatte contro lo Stato islamico, sostiene in Libia il governo di Tobruk che l’Italia ha riconosciuto. Sarebbe interessante vedere come Regeni trasmetteva gli articoli al Manifesto, perché se lo faceva per mail può darsi benissimo che fossero intercettati».
Il presidente al-Sisi sta facendo il doppio gioco oppure era all’oscuro di tutto?
«Secondo me una cosa così non risale al presidente, ma ad organi di polizia».
La polizia è nelle mani di al-Sisi o ci sono al suo interno delle frange incontrollate e incontrollabili?
«Ci sono schegge impazzite sicuramente, ci sarà gente che è più moderata e gente che è più radicalizzata».
In tutta questa vicenda c’è un ruolo dei Fratelli musulmani?
«Non credo, non ho letto che cosa aveva scritto il ragazzo. Potrebbe darsi benissimo che avesse scritto anche qualcosa che dava fastidio ai Fratelli musulmani perché in Egitto, di fatto, è in atto una guerra civile a bassa intensità, ma continuano a sparire persone».
È strano che non abbiano in qualche modo “capitalizzato” la vita di Regeni, chiedendo un riscatto o firmando chiaramente l’esecuzione...
«Molto verosimilmente è stata una vendetta ideologica».
Se uno si vendica però di solito lascia un monito del tipo: “Stai attento se fai certe cose farai la stessa fine”...
«La morte è un segno più che preciso».
Ma chi ha firmato questa morte?
«Non lo so, io conosco bene la situazione algerina durante l’epoca del Fis e lì c’erano le forze di polizia e il Drs, Dipartimento di ricerca e sicurezza, che andavano via tranquilli».
Quindi nel caso Regeni non si può identificare una filiera di comando precisa...
«No, perché il governo egiziano ha bisogno dell’Italia».
In che senso?
«Abbiamo grossi interessi, non ultimo il campo di gas che è stato trovato al largo delle coste egiziane e che sembra sia veramente molto grosso ed essenziale per l’Egitto. Poi siamo il primo esportatore in Egitto dell’Unione europea, di conseguenza è difficile che l’Egitto si smarchi dall’Italia».
Pensa che la verità che ci sarà fornita dall’Egitto sull’omicidio di Regeni sarà vera o di comodo?
«La verità in queste cose qua non esiste. Comunque sia la percezione è quella di contestare sempre la verità fornita dalle autorità o dalla magistratura. Che ci sia confusione è chiaro anche dalle diverse dichiarazioni effettuate, sia dalla polizia, sia dalla magistratura. Magistratura che è sotto forte controllo da parte di al-Sisi. È uno degli elementi fondamentali di quello che viene definito lo “Stato profondo” che custodisce le radici del potere».
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