Il decreto dignità in Friuli Venezia Giulia mette a rischio 1.415 posti

UDINE. Ha le idee chiare Alessia Rosolen. L’assessore regionale al Lavoro vuole infatti avviare una mini-rivoluzione del sistema che abbracci strumenti legislativi, incentivi regionali e il rapporto tra formazione e mondo delle imprese per «riportare il sistema Fvg al passo con i tempi».
Assessore, partiamo dal decreto dignità: esiste una stima dei contratti potenzialmente a rischio in Fvg?
«Da una prima valutazione degli uffici, i contratti con oltre 24 mesi di validità, attivati nel 2017, sono stati 1.415. Ma, appunto, è una stima parziale e tra l’altro senza i dati del 2016. Per questo continueremo a osservare il fenomeno, così come aspetteremo di capire in quali forme il Parlamento approverà il decreto, per ottenere un quadro della situazione il più completo possibile».
In linea generale, invece, qual è lo stato dell’arte del sistema-lavoro in Fvg?
«Ho trovato strumenti legislativi ormai datati perché nati tra il 2008 e il 2010 in base a situazioni emergenziali e che devono quindi essere ritarati in base alle nuove esigenze di un mondo del lavoro la cui salute è migliorata soltanto apparentemente».
Scusi, ma il centrosinistra, e l’ex candidato governatore Sergio Bolzonello in particolare, sostengono di aver riportato il Fvg ai livelli pre-crisi...
«È vero che i numeri, secchi, sono quelli ante-2008, ma se analizziamo la qualità degli impieghi, la sicurezza dei contratti e la quantità di ore lavorate alla settimana scopriamo che i dati, in realtà, non sono nemmeno comparabili con quelli pre-crisi. Nel 2008 avevamo, per la maggior parte, contratti full-time e a tempo indeterminato. Adesso ci scontriamo molto spesso con accordi part-time e a tempo determinato oppure con indeterminati fittizzi».
C’è dell’altro?
«Sì. In questi anni si è scelto di escludere dalle leggi di settore una serie di soggetti, come le Agenzie per il lavoro interinale oppure i Fondi interprofessionali, che avrebbero potuto aiutare il pubblico a ricollocare le persone. Una scelta ideologica, che non ha favorito i cittadini e che intendo modificare perché pubblico e privato devono parlarsi e interagire tra loro. Senza dimenticare la necessità di avvicinare domanda e offerta».
Può spiegarsi meglio?
«Al momento esiste una scollatura importante tra gli investimenti messi in campo dalle Attività Produttive e le reali ricadute professionali e lavorative che producono. In più, nel recente passato, non sono stati posti vincoli, oppure quando esistevano si sono dimostrati troppo blandi, a chi ha ottenuto incentivi regionali e poi ha spostato la produzione fuori dal Fvg».
Anche qui, quindi, intendete cambiare atteggiamento?
«Stiamo analizzando ogni settore. Nel caso degli incentivi, inoltre, questi sono stati quasi sempre graduati a seconda del singolo caso mentre devono essere universali. Un ragazzo di 30 anni non è meno degno di essere aiutato di un uomo che ha superato i 50. Rivedremo il sistema, dunque, anche dopo una serie di sperimentazioni che avvieremo a breve».
Lei, personalmente, è favorevole o contraria all’utilizzo dei voucher?
«Favorevole, ma a condizione che vengano utilizzati soltanto in alcuni settori come eravamo riusciti a fare, all’inizio, in Fvg. Penso, ad esempio, all’agricoltura oppure ai lavori stagionali. In questi casi sono utili per riuscire a fare emergere il lavoro sommerso».
Infine c’è il rapporto, sempre spinoso, tra scuola e impresa...
«Stiamo investendo molto in formazione e alta formazione – e pure in orientamento –, ma senza grandi risultati. Adesso, però, è arrivato il momento di agire quasi de imperio affinché tutti i soldi che iniettiamo nel sistema siano totalmente concentrati sull’occupazione. Francamente non ho alcun interesse a finanziare corsi di formazione per mestieri che, fra qualche anno, non esisteranno più. Mi interessa, invece, investire sul futuro. Su quei lavori che si svilupperanno da qui a 10 anni e che, come sappiamo tutti, saranno molto diversi dagli attuali».
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