Il caso delle monete sequestrate sul Sabotino «Non si infanghi la memoria di Mario Muto»

Le figlie accusano: «Ci hanno estromesse dai suoi archivi. Nostro padre ha sempre rispettato i beni di carattere storico» 
Bumbaca Gorizia Mostra reperti S. Mauro © Foto di Pierluigi Bumbaca
Bumbaca Gorizia Mostra reperti S. Mauro © Foto di Pierluigi Bumbaca

La storia



«Vogliamo tutelare la memoria di nostro padre Mario Muto». A prendere posizione sono Antonella Muto e la sorella. Che intervengono in merito al sequestro di monete “rinvenute” sul Sabotino. «Non sono mancate, infatti, in questi giorni domande e, a volte, illazioni di chi, anche legittimamente, si chiede quali altri tesori potessero essere stati in casa di Mario Muto. Sì, dei tesori in casa nostra ci sono sempre stati, tesori a volte ignoti e poco valorizzabili dai non esperti del settore, tesori che nostro padre ha meticolosamente raccolto negli anni, catalogato e conservato. Molti, negli anni, hanno affidato a lui con fiducia beni personali e familiari, in via temporanea o definitiva, come accaduto per i materiali riconducibili al Generale Papa. Cura e meticolosità hanno sempre caratterizzato il suo operato anche durante gli anni di scavi condotti sul San Valentino, anni in cui lo abbiamo visto informarsi sulle tecniche di scavo, sulle catalogazioni dei reperti, sulla corretta conservazione. E lo abbiamo visto seguire pedissequamente tutte le norme e le buone prassi».

Sicuramente, sostengono le figlie, tra le “sue carte” ci sarà stata qualche informazione sull’origine di quelle monete, ma «a quelle carte noi figlie non possiamo accedere: vi avranno acceduto gli investigatori, anzi, le avranno trovate? E qui veniamo al punto dolente. Dalla data dell’arresto cardiaco di nostro padre con conseguente perdita di conoscenza, e dopo la sua morte, a noi eredi è stato interdetto l’accesso all’immobile in cui abitava, nonché a tutte le sue cose se non dopo arbitraria selezione condotta dalla proprietaria dell’immobile e dai vertici dell’associazione culturale Sabotino, ex Centro per le ricerche archeologiche e storiche del Goriziano. Non sarebbe stato opportuno umanamente, e corretto giuridicamente, che eredi ed associazione collaborassero per una congiunta verifica dei beni, visto che mai ci è stato palesato alcun atto che documentasse specifica volontà di mio padre in merito?».

Le sorelle rilanciano: «Facciamo presente che il diniego all’accesso ha riguardato anche i beni personali e familiari che, come i testimoni intervenuti e la documentazione raccolta possono confermare, sono risultati chiaramente violati. Da subito ci eravamo sentite in dovere di segnalare più volte la situazione ai carabinieri, anche sapendo che vi erano custoditi armi, regolarmente detenute, e beni di valore storico culturale. I timori costanti sono stati sempre quelli di vedere disperso un capitale culturale oggetto di una vita di lavoro e passione e che vorremmo fossero catalogati, resi palesi e destinati alla fruizione gratuita della popolazione. Ci piacerebbe molto sapere chi oggi risulta al corrente dei programmi dell’associazione di cui Mario Muto è stato l’anima ed a cui ha dedicato risorse personali enormi».

Ad oggi, «abbiamo saputo dalla stampa le seguenti cose. La prima che i materiali del Generale Papa sono finiti a Vicenza perché “da noi (presumo che il signor Olmi intendesse la provincia di Gorizia) non esiste un’istituzione che possa conservarli in modo adeguato”. Le istituzioni locali concordano con questa posizione? Hanno chiesto loro il trasferimento?. La seconda, che parte degli archivi informatici sono andati perduti per un virus?. La terza: che molti altri documenti sono andati perduti. In realtà le nostre segnalazioni, da subito partite a gennaio 2018, avevano proprio l’obiettivo di evitare tutto questo e quando a febbraio abbiamo visto intervenire il Nucleo carabinieri tutela patrimonio culturale abbiamo capito che i nostri timori erano stati presi in considerazione dalle forze dell’ordine ed il contestuale sequestro delle monete ha potuto mettere le stesse al riparo da possibili “smarrimenti”».

«Perché il problema - scrivono le figlie - non è tutelare il profilo personale di eredi e nemmeno degli organi dell’associazione che a nostro avviso non dovrebbero centrare nulla con il patrimonio personale di nostro padre, ma l’integrità ed onestà culturale che ha caratterizzato una vita di lavoro di una persona che ha comperato, ricercato e collezionato a proprie spese documenti e cimeli, che ha sempre messo a disposizione di cultori, studiosi e semplici cittadini il suo avere. Non vogliamo assolutamente elevare nostro padre a persona perfetta che non era, ma su taluni aspetti il rigore lo ha sempre caratterizzato. E il rispetto per i beni di carattere storico-culturale è stato una costante della sua vita, anche a scapito dei suoi stessi interessi materiali e dei suoi affetti. Proprio per questo siamo profondamente dispiaciute della possibile errata interpretazione dei fatti riguardanti il sequestro delle monete che facilmente porta ad una azione lesiva della sua memoria. Come siamo perplesse davanti al silenzio assordante dei molti che non sanno o non vogliono sapere e della sensazione di impotenza nel muoversi in un mondo giuridico-istituzionale complesso, articolato, distante». —



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