Il Cai pensa a uno sconto sui canoni per aiutare i gestori dei rifugi sui monti

UDINE. Un milione di euro, un kit e un decalogo. È quanto il Cai nazionale ha approntato per fronteggiare l’emergenza Covid sul piano dei rifugi. Ma è scontato che non basterà. «Delle 27 sezioni del Friuli Venezia Giulia, undici sono proprietarie: tre di più strutture, come la Sag, la XXX Ottobre e la Saf, otto di un rifugio ciascuna. La prossima settimana ci confronteremo in videoconferenza con i gestori per esaminare la situazione. Premesso che ogni sezione può muoversi autonomamente, l’orientamento prevalente è quello di venire incontro ai rifugisti sulla loro richiesta di una riduzione dei canoni. Però l’idea è quella di farlo a consuntivo. Oggi come oggi non abbiamo un’idea di come e quanto incideranno le precauzioni sanitarie sulla loro attività», dice Silverio Giurgevich, presidente regionale del Cai del Friuli Venezia Giulia. «In realtà stiamo navigando tutti a vista: anche noi non sappiamo quando potremo riaprire le sedi e se e come sarà svolta l’attività istituzionale, cioè le uscite di gruppo in montagna».
Braccio operativo del Club, nella fattispecie, è la Commissione giulio-carnica sentieri, che ha chiesto a tutte le strutture di ricalcolare la capienza, in base alle norme sul distanziamento. Una cosa non facile, sia perché sono circolate previsioni incredibili (sino a volumi di 33 metri cubi per ogni ospite), sia perché la presenza o meno di gruppi familiari può produrre sensibili variazioni.
Il Cai ha predisposto un kit per gestire le precauzioni sanitarie, in cui il pezzo forte è rappresentato dall’ozonizzatore, grazie al quale, secondo le ultime direttive dell’Istituto superiore di Sanità, l’igienizzazione dei locali dovrebbe essere garantita (in materia di coronavirus l’indicativo è stato quasi completamente soppiantato dal condizionale). «Occorrerà preparare la gente a usarlo, perché l’ozono può ammazzare anche i cristiani. Poi, oltre al kit, c’è un “fondo di attenzione” di un milione, destinato alle necessità dei rifugi. Certo, spalmato sui 700 immobili dell’intera Italia, non dà grandi cifre puntuali. Però rappresenta un piccolo aiuto in più», prosegue Giurgevich.
«Un’altra partita delicata, è rappresentata dai bivacchi. Lì gli spazi, esigui e non sanificati, non garantiscono requisiti anche minimi di sicurezza e non sarà possibile effettuare controlli, tutto è affidato al senso di responsabilità dei singoli. Però, se sono assolutamente da sconsigliare le gite che prevedono pernotti in strutture non gestite, appare impraticabile l’ipotesi di chiuderli. In caso di emergenza, infatti, rappresentano l’unico punto di ricovero possibile per gli alpinisti».
Per questo il Cai ha predisposto un cartello standard che verrà affisso sulla porta di tutti i bivacchi. Il testo recita «Bivacco inagibile causa emergenza Covid-19. L’accesso equivale all’assunzione per l’utente del rischio di contagio da Covid-19. Utilizza il bivacco solo in caso di emergenza».
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