Il business dell’acqua: 475 centraline in Friuli
I comitati: serve un canone aggiuntivo, parte della produzione al territorio Il consigliere regionale Revelant: Secab e Idroelettrica fornese rischiano la gara

UDINE. Ogni rio, ogni torrente rischia di finire imbrigliato nelle centraline idroelettriche. In regione si contano 475 impianti, di cui 226 (i dati riportati nelle due tabelle sono stati forniti dalla Regione) con potenza nominale superiore ai 220 Kw. Altri stanno per essere realizzati: negli uffici regionali giacciono decine di pratiche in istruttoria. Un sistema che pur rispondendo alla domanda di energia rinnovabile scatena l’ira dei comitati ambientalisti che continuano a chiedere maggior tutela ambientale e più ricadute economiche sul territorio. La proposta di legge trasversale approdata in consiglio regionale andava in questa direzione: per gli impianti di potenza nominale superiore ai 3 mila Kw prevedeva il pagamento di 40 euro/Kw per le concessioni scadute, a titolo transitorio e nelle more dell’espletamento delle gare. Un modo per ovviare all’assenza decennale dei decreti attuativi non ancora emanati dal ministero, che consente il rinnovo automatico delle concessioni.
«Quella norma sta per essere emendata dalla Giunta regionale – avverte il consigliere regionale Roberto Revelant (Autonomia responsabile) –, l’assessore Vito l’ha anticipato nei giorni scorsi in commissione facendo riferimento ad alcuni rilievi ministeriali. Se sarà così, a regime il Friuli Venezia Giulia rinuncerà a 6 milioni di euro e le concessioni delle cooperative storiche di questa regione, la Secab e l’Idroelettrica fornese, saranno messe a gara». La stessa norma, in effetti, prevede il rinnovo automatico delle concessioni in scadenza gestite dalle due cooperative che da sempre producono energia idroelettrica sul territorio. Così come avviene nella provincia autonoma di Bolzano, dove è stata trovata l’intesa con l’Authority per l’energia.
L’eventuale emendamento al canone aggiuntivo fa discutere anche perché l’associazione di categoria “Elettricità futura” ha già fatto sentire la sua voce in Regione. In una lettera ha fatto presente che il canone aggiuntivo finirebbe per penalizzare gli operatori idroelettrici che avrebbero difficoltà a garantire le manutenzioni degli impianti. Nella missiva, l’associazione non ha dimenticato di ricordare anche che, a seguito delle condizioni climatiche, il settore registra una progressiva contrazione della produzione e, contestualmente, del prezzo dell’energia all’ingrosso.
La materia è complessa e i Comitati restano sul piede di guerra. Non solo perché la proposta del canone aggiuntivo annuale per le concessioni in scadenza dei grandi impianti, in prima battuta, prevedeva 50 e non 40 euro al Kw più un canone ambientale di 7 euro al Kw, ma soprattutto perché la Regione continua a fare orecchio da mercante sull’adozione del sistema trentino che, come sottolinea Franceschino Barazzutti, «obbliga i concessionari a cedere, in rapporto alla potenza delle centrali, una quantità di Kw all’Agenzia speciale provinciale che la utilizza per alimentare gli impianti degli edifici pubblici e degli ospedali.
Ma quanto pagano i titolari delle concessioni nella nostra regione. Tutti versano un canone annuo alla Regione che per gli impianti inferiori ai 3 mila Kw ammonta a 14,38 euro a Kw. Cifra che raggiunge i 20 euro per gli impianti superiori ai 3 mila Kw. Dal prossimo anno l’importo salirà a 30 euro/kw. I Bacini imbriferi (Bim), invece, incassano i sovracanoni pari a 30,43 euro/Kw richiesti solo per gli impianti superiori ai 220 Kw di potenza nominale. Ogni Bim distribuisce il ricavato ai comuni di competenza. A tutto ciò va aggiunto il sovracanone rivierasco obbligatorio solo per gli impianti ricadenti nei comuni situati all’interno dell’asta del fiume dove viene prelevata l’acqua, che ammonta a 7,61 euro/kw annuo.
Al momento l’energia rinnovabile vale 50 euro a megavatt. Tanto incassano i titolari delle centraline quando vendono l’energia ai grossisti che, a loro volta, la fanno arrivare sul mercato nazionale. «Prima dell’ingresso nella rete delle rinnovabili – spiegano alla Secab – il prezzo era più alto, oscillava tra 80-90 euro/megavatt». La Secab, assieme all’Idroelettrica fornese, rappresenta un esempio virtuoso di produzione dell’energia idroelettrica in montagna. I comitati ne sono convinti. Mediamente la Secab produce circa 40 milioni di kilowatt/ora l’anno, più della metà li distribuisce ai circa 3 mila soci che pagano bollette dimezzate. La restante quantità di energia finisce ai 2 mila utenti, non soci, del mercato di maggior tutela dove non è stato ancora scelto il venditore in mercato libero. «Tutto quello che viene prodotto attraverso l’uso dell’acqua viene redistribuito sul territorio», ripetono nella sede di Paluzza cercando di spiegare che, gestito in questo modo, il busness viene meno. La Secab conta 24 dipendenti e fattura 3,5 milioni di euro l’anno.
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