Gorizia torna in trincea: «Se c’è un’invasione non siamo preparati»

GORIZIA. A Gorizia e, più in generale in tutto il Fvg, si osserva con preoccupazione quanto sta accadendo in Ungheria. Il pugno duro del governo di Budapest, che ha schierato mille soldati a sostegno della Polizia al confine serbo, rischia ha mutato i percorsi dei migranti che intraprendono la rotta balcanica.
E’ un effetto domino, in cui le tessere sempre più spesso paiono cadere dallo stesso lato: la Croazia, dopo aver inizialmente annunciato la linea morbida, ha comunicato ieri la decisione di assicurare solo un corridoio umanitario in direzione dei centri d’accoglienza di Zagabria, annunciando che non consentirà il transito in Slovenia.
Che, nel frattempo, ha reintrodotto temporaneamente i controlli alla frontiera con la stessa Croazia, mentre l’Austria ha deciso di rafforzare il presidio al confine sloveno, mandando 300 uomini a controllare i varchi d’accesso al Paese. A Gorizia la Prefettura - che coordina il tavolo per la sicurezza, in stretto raccordo con la Questura - attende segnali dal Viminale, che a sua volta intende capire quali risposte darà la riunione straordinaria del Consiglio europeo.
La Regione
«Stiamo seguendo da vicino e con attenzione gli sviluppi delle rotte». E’ il commento dell’assessore regionale, Gianni Torrenti. «Oltre che con le autorità della Croazia - ha proseguito Torrenti - siamo in contatto con l’ambasciata d’Italia a Zagabria, dalla quale riceviamo aggiornamenti ora per ora, in modo da non essere colti di sorpresa, comunque evolva la situazione». Per Torrenti, «è prudente che nulla vada escluso a priori, ma non ci sono al momento conferme che le rotte dei profughi si stiano indirizzando verso ovest, cioè in direzione del Fvg».
L’accoglienza
A Gorizia, sede dell’unica commissione territoriale deputata alla valutazione delle richieste d’asilo in regione, il problema resta quello dell’accoglienza. Il prefetto Isabella Alberti sta spingendo sulle istituzioni locali affinché si trovino entro l’autunno palliativi all’emergenza: il rischio è che si ripeta quanto accaduto l’anno passato, con decine di profughi costretti a passare le notti all’addiaccio, tra le piogge autunnali e il rigore dell’inverno. L’obiettivo è individuare una struttura, magari due, capace di trasformarsi in centro di prima accoglienza: oggi sono 170 i richiedenti asilo che sono costretti ad arrabattarsi per trascorrere le notti.
C’è il Parco della Rimembranza, c’è un’umida galleria che passa sotto il colle del Castello, che fornisce quantomeno riparo nelle serate di pioggia. Poi, c’è chi è più fortunato e un tetto sopra la testa lo ha: novanta restano al convento del Nazareno, una ventina ruotano al dormitorio Caritas Faidutti, poi c’è chi ha trovato ricovero in Duomo, qualcun altro (sono sedici) nella canonica di Fratta di Romans.
E c’è pure il Cara, con i suoi 270 richiedenti asilo, ma anche Terranova, che da sei mesi accoglie quattordici profughi, mentre quindici sono quelli dell’ex caserma dei Carabinieri di Gabria, che dopo sei mesi d’attesa è stata aperta. Ma non basta, non può bastare a fronteggiare l’emergenza.
L’ipotesi hub
La Caritas vive in prima linea questa situazione, che rischia pure di assumere i caratteri dell’emergenza sanitaria, stando a quanto evidenziato dal dipartimento di prevenzione dell’Azienda per l’assistenza sanitaria Bassa Friulana-Isontina.
Don Paolo Zuttion, direttore della struttura caritatevole diocesana, ha scritto alla Conferenza episcopale italiana per illustrare i contorni del caso-Gorizia, chiedendo aiuto e supporto. Proprio il sacerdote ha proposto di aprire il centro religioso del San Giuseppe, almeno per l’installazione di una tendopoli, che potrebbe dare ricovero ai quasi duecento oggi senza tetto. Tempi troppo lunghi, invece, per la riconversione dell’ex palazzina malati infettivi di via Vittorio Veneto, come da proposta del tavolo per l’immigrazione della Provincia. Intanto, venticinque richiedenti asilo ieri hanno lasciato la città per partire alla volta di Piancavallo, dove saranno ospitati in una struttura ricettiva.
La preoccupazione
«Lo scenario internazionale non promette nulla di buono - spiega il sindaco di Gorizia, Ettore Romoli -, anche per la nostra città. Al momento non ci sono iniziative particolari al vaglio, perché non è corretto fasciarsi la testa prima che le cose accadano: certo è che se quel fiume di persone che hanno cambiato rotta dovessero spingersi verso i nostri confini, sarebbero dolori».
La questione goriziana è in ogni caso monitorata con particolare attenzione anche al Viminale: nei giorni scorsi il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha tenuto a rassicurare in una lettera Romoli. «Sono consapevole - scrive il ministro - delle difficoltà di un territorio che è sottoposto ad una forte pressione migratoria derivante anche dalla così detta “rotta balcanica”, relativa all’ingresso di profughi via terra».
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