Sofferenza in alta quota: il ghiacciaio del Montasio cede al caldo e perde manto nevoso
Il dossier della Carovana dei ghiacciai rivela cavità crollate e ghiaccio annerito. L'esperto Cazorzi: «È in crisi, ma resta il più resiliente delle Alpi»

Situato nel cuore delle Alpi Giulie, il ghiacciaio del Montasio dà segni di cedimento. Resiliente da sempre – nell’ultimo ventennio ha perso due, tre metri di spessore contro i due all’anno degli altri ghiacciai alpini – nel 2026 ha iniziato a vacillare. Risente delle alte temperature e soprattutto della scarsità di neve. Lo scorso maggio il manto nevoso non superava i venti metri, dieci in meno rispetto alle passate stagioni, quando aveva raggiunto 30-40 metri di altezza. La quantità misurata nell’inverno 2025-26 si colloca a metà strada tra quelle delle annate 2022 e 2023, entrambe molto negative per tutti i ghiacciai dell’arco alpino.
La Carovana dei ghiacciai di Legambiente lancia l’Sos anche se il glaciologo Federico Cazorzi, componente della Fondazione Glaciologica Italiana e professore all’Università di Udine, invita alla prudenza: «Lo stato di salute del Montasio non è certamente felice, ma il ghiacciaio esiste ancora». «Abbiamo già avuto situazioni di questo tipo: nel 2000 era allo stesso livello di oggi poi, nei tre anni successivi, si riprese per perdere nuovamente consistenza nel 2013. In quell’anno il Montasio perse tre metri, una quantità enorme di neve e nel 2015 recuperò abbondantemente», aggiunge Cazorzi. Trattandosi di un ghiacciaio alimentato dalla neve, «il Montasio durerà più di altri e questo come friulani ci inorgoglisce parecchio», continua il glaciologo non senza aggiungere che «nel lungo periodo si andrà comunque verso la scomparsa». «La tendenza è questa», assicura il professore.
La campagna
Non è la prima volta che la Carovana dei ghiacciai di Legambiente, insieme agli esperti dell’Università di Udine e al Corpo forestale regionale, nel corso della campagna internazionale organizzata con Cipra Italia e con la Fondazione Glaciologica Italiana, monitora il Montasio. L’ha fatto anche quattro anni fa e, confrontando le immagini di allora con quelle scattate venerdì scorso, Vanda Bonardo, la responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia, spiega: «Rispetto a quattro anni fa, abbiamo visto un ghiacciaio e un paesaggio circostante molto cambiati».
«Se nel 2022 il Montasio appariva integro e più voluminoso, oggi si presenta appiattito e in parte annerito, ha perso parte della sua copertura detritica ed è segnato da crolli di rocce. Emblema della sua sofferenza la grande cavità posta nel settore superiore del ghiacciaio e in parte crollata mentre la stavamo osservando», argomenta la presidente di Cipra Italia. Tutto questo nonostante sia esposto a nord, protetto e ombreggiato dalle pareti dello Jôf di Montasio che con la loro conformazione a imbuto lo alimentano con valanghe di neve.
Proprio perché la situazione è preoccupante, la quarta tappa in Friuli Venezia Giulia è stata accompagnata dal saluto al ghiacciaio del fisarmonicista Paolo Forte e dal flash mob ai piedi dello Jôf di Montasio. Qui è stato srotolato lo striscione “Non è caldo, è crisi climatica” per lanciare un monito e un appello rinnovati in conferenza stampa, ieri, a Udine, anche da Bonardo. «Se vogliamo salvare i ghiacciai l’unica ricetta che abbiamo è ridurre le emissioni di CO2. Dalle istituzioni vorremmo sapere come governiamo questo cambiamento ma è molto difficile avere le risposte», aggiunge la responsabile nazionale Alpi di Legambiente. E il presidente regionale di Legambiente, Sandro Cargnelutti, lancia un’istanza alla Regione. «La crisi climatica e i suoi impatti sistemici devono essere al primo posto nell’agenda delle prossime elezioni regionali», dice Cargnelutti. «Serve un cambio di passo, la comunicazione pubblica deve tener conto dei dati scientifici», specifica il presidente regionale di Legambiente.
Effetti del clima che cambia
Le nuove misurazioni saranno effettuate a fine settembre. Come ogni anno Cazorzi salirà con gli strumenti e rileverà la perdita di ghiaccio subita dal Montasio. «Nonostante, rispetto ai grandi ghiacciai alpini, abbia dimostrato di essere più resistente alla fusione dovuta al cambiamento climatico, quest’anno le scarse precipitazioni invernali e le accentuate e prolungate temperature estive hanno determinato gravi compressioni strutturali del ghiacciaio», spiega Cazorzi. «C’è una grotta scavata nella parte alta dalla pioggia, non c’è quasi più traccia di neve e siamo solo a fine agosto: nei mesi di settembre e ottobre la fusione proseguirà», esplicita il professore, nel descrivere il fenomeno derivante dalla neve molto tardiva che non si è raffreddata e ha iniziato a fondere subito.
«La situazione è abbastanza brutta, peggiore di quella del 2022», avverte il glaciologo evitando però di dire «povero Montasio». «Vedremo come andrà l’inverno», chiude Cazorzi. Una cosa sembra certa: nelle Alpi Giulie gli effetti dei cambiamenti climatici non provocheranno fenomeni simili a quelli che hanno messo in ginocchio il Nepal. «Al massimo la pioggia sostituirà la neve e a parità di precipitazioni nel fondovalle arriverà una quantità d’acqua più consistente che potrà provocare erosioni, allagamenti e frane», assicura la responsabile nazionale Alpi di Legambiente.
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