Femminicidio, la magistrata Paola Di Nicola Travaglini: «Non chiamiamola tragedia familiare»

La consigliera di Cassazione dopo i fatti di San Giovanni: «Troppo spesso alle donne non si crede, servono formazione e il coraggio di rompere il silenzio»

Luana De Francisco
L'area del delitto di San Giovanni al Natisone il giorno dopo il femminicidio © Foto Petrussi
L'area del delitto di San Giovanni al Natisone il giorno dopo il femminicidio © Foto Petrussi

La sua voce vibra nelle aule dei tribunali e in quelle di qualsiasi consesso in cui si parli di violenza di genere. Autorevole, lucida, appassionata. Paola Di Nicola Travaglini, consigliera di Corte di Cassazione ed ex consulente giuridica della Commissione sul femminicidio del Senato, magistrata tra le più esperte e stimate in Italia, oltre che autrice di libri in materia di Codice rosso e legge sul femminicidio, è solita andare dritta al cuore del problema senza giri di parole. «Nessuno può dirsi fuori da responsabilità di fronte alla violenza maschile contro le donne», dice. «Bisogna intervenire sempre e far comprendere con chiarezza che si sta dalla parte di chi subisce, senza attenuanti e senza giustificazioni». E intanto, il caso di San Giovanni allunga la conta delle vittime.

Di nuovo una tragedia familiare. Di nuovo lacrime e incredulità. Ma anche rabbia e senso di impotenza. Che fare?

«Prima di tutto non chiamiamola “tragedia familiare”. Le parole contano. Quando una donna viene uccisa perché si sottrae al controllo e al potere di un uomo, siamo di fronte a un femminicidio. Le leggi ci sono: ciò che ancora manca è una formazione obbligatoria e diffusa di tutti gli operatori, capace di riconoscere subito la violenza e il rischio di escalation».

Sulla Treccani la parola femminicidio è stata la più cercata dall’inizio del 2026. Indice di una maggiore consapevolezza o semplice segno dei tempi?

«È certamente un segnale di maggiore consapevolezza. Fino a pochi anni fa persino la parola “femminicidio” suscitava resistenze. Oggi nominarlo significa riconoscere che queste uccisioni non nascono dal nulla, ma affondano le radici in pregiudizi antichi sulle donne: l’idea che non siano nate libere, che debbano ubbidire a un uomo, non siano credibili e, in qualche modo, disponibili al controllo maschile. È su questo terreno culturale che la violenza cresce».

La legge 181 del 2 dicembre 2025 ha introdotto il delitto autonomo di femminicidio. Ritiene possa rappresentare uno spartiacque tra un prima e un dopo e, se sì, in che modo?

«Sì, soprattutto sul piano culturale e giuridico. La nuova legge riconosce che il femminicidio può nascere proprio dal rifiuto della libertà femminile: quando una donna non accetta di iniziare una relazione, quando decide o manifesta l’intenzione di separarsi, oppure quando l’uomo non tollera la fine del rapporto. È importante perché rende finalmente visibile la matrice di dominio, controllo e possesso che precede molte uccisioni di donne. Ora, però, occorre formare gli operatori perché sappiano leggere e applicare correttamente la nuova norma».

Eppure, già qualche anno fa pareva esserci stato un deciso colpo di reni con l’introduzione del Codice rosso. Cos’è, a suo avviso, che non funziona nel sistema di prevenzione?

«Prima di tutto, troppo spesso alle donne non si crede. Anche quando manifestano paura si tende a pensare che esagerino, a ridimensionare ciò che raccontano, a trasformare la violenza in una “lite familiare”. Sono ancora i pregiudizi a parlare: la donna emotiva, esagerata, vendicativa, poco affidabile. E spesso anche il contesto familiare minimizza, fino a spingerla a ritrattare soprattutto in fase di separazione. Se non si crede alla donna, non si vede il rischio. E se non si vede il rischio, anche gli strumenti migliori arrivano troppo tardi».

Lei incontra spesso il pubblico, per raccontare la sua esperienza di magistrata ed educare alla parità di genere e alla non violenza. Cosa consiglia alle donne che si sentono sempre più smarrite e sole?

«Io partirei da un altro punto: il problema riguarda innanzitutto gli uomini. Dobbiamo rivolgerci agli uomini e imparare a riconoscere i segnali di rischio: prepotenza, imposizione, controllo, limitazione della libertà delle donne e delle ragazze nell’abbigliamento, nelle amicizie, negli interessi, negli hobby. E ancora, la svalutazione della loro intelligenza e della loro empatia, il guardarle come corpi da usare o da umiliare. Quando emergono questi segnali una donna non deve restare sola: deve rivolgersi a un centro antiviolenza e, con il suo sostegno e con un’avvocatura altamente specializzata, alle istituzioni giudiziarie, anch’esse in contesti di massima specializzazione».

Che dire, allora, agli uomini?

«Che devono imparare a riconoscere e contrastare questi comportamenti anche quando sembrano “piccoli”. Controllare il telefono, decidere come una donna deve vestirsi o chi può frequentare, ridicolizzarne gli interessi, svalutarne l’intelligenza o considerarla un corpo a disposizione non sono forme di amore: sono segnali di dominio. E gli uomini devono intervenire anche davanti ai comportamenti degli altri uomini. Non si può più ridurre tutto a una battuta, a una questione privata o a una faccenda di coppia».

Quanto contano le leggi e quanto la rete sociale nella prevenzione della violenza?

«Servono entrambe. Le leggi sono indispensabili, ma nessuna legge può funzionare davvero in una società che continua a voltarsi dall’altra parte. La violenza contro le donne si alimenta anche di pregiudizi e di omertà familiare e sociale: “i panni sporchi si lavano in famiglia”, “tra moglie e marito non mettere il dito”. Dobbiamo rompere questo meccanismo. La violenza non è mai un fatto privato e la rete sociale può essere decisiva tanto per prevenirla quanto, purtroppo, per nasconderla».

Lo Stato italiano fu condannato dalla Cedu a seguito di un femminicidio in provincia di Udine: la vittima aveva più volte denunciato il marito per maltrattamenti in famiglia. Parliamo del caso Talpis Come giudica simili corto circuiti giurisdizionali?

«Il caso Talpis e le otto condanne dell’Italia hanno insegnato una cosa fondamentale: quando lo Stato conosce una situazione di violenza deve agire tempestivamente e concretamente. La protezione della donna deve essere una priorità assoluta nella valutazione del rischio e prevalere su qualunque altro interesse concorrente. Una denuncia non può essere letta isolatamente e ridimensionata: bisogna ricostruire la storia della discriminazione e della violenza, collegare gli episodi, superare i pregiudizi sulla credibilità della vittima e cogliere in tempo l’escalation».

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