Estorsioni, ricatti e minacce: così la camorra è riuscita a insediarsi in Friuli

UDINE. Le tre scimmiette sagge non vedono, non sentono, non parlano. Il giornalista fa l’esatto contrario: è il suo dovere, costi quel che costi. Querele (sempre più temerarie), critiche e maldipancia compresi.
Sono i rischi del mestiere e fanno parte del gioco, quando il contraltare è la ricerca della verità. Il “Messaggero Veneto” lo sa bene ed è per questo che, nel silenzio assordante che per decenni ha permesso agli interessi malavitosi di muoversi indisturbati nel territorio regionale, non ha mai cessato di raccontare.
Lo ha fatto soprattutto negli ultimi tre anni e cioè da quando, complice il colpo di reni impresso all’attività investigativa dalla Procura distrettuale antimafia di Trieste, il fenomeno mafioso, da invisibile e pressoché ignorato, ha cominciato ad assumere connotazioni precise.
Non più un’idea astratta e lontana anni luce dal ricco e sano Nord-Est, bensì un pericolo presente e, finalmente, riconoscibile. Con tanto di nomi e cognomi.
L’inchiesta sui Casalesi illustrata nel corso della conferenza stampa di martedì 18 dicembre, nella sede della Direzione investigativa antimafia di Trieste, rappresenta una conferma decisiva, oltre che inquietante.
Un lampo di luce su un mondo che esiste, opera e vive accanto a noi, per giunta senza neppure l’accortezza di non dare nell’occhio, ma che le nostre scimmiette avrebbero preferito continuare a non vedere.
Gli inquirenti, invece, li hanno scoperti e fermati e questo non può che essere l’inizio di un’inversione di marcia destinata a sollevare il coperchio su un numero di storie di illegalità e sopraffazione sorprendentemente più alto.
«Il territorio è ormai compromesso», ha detto il procuratore capo, Carlo Mastelloni. E non è una novità. Ma per cominciare a crederci e, quindi, per avviare le dovute contromisure, c’era bisogno di fatti.
Di cronaca, come quella scandita dalle operazioni “importate” dalle Dda con base nelle regioni che hanno dato i natali alle mafie, e come i non pochi episodi di matrice “nostrana” svelati e raccontati proprio a partire dal suo insediamento nel capoluogo giuliano, nel 2014.
È stato lui a ipotizzare, per primo, l’esistenza di un’associazione a delinquere di stampo mafioso, con base a Monfalcone e organizzata a immagine e somiglianza di una ’ndrina. L’indagine era partita dalle rivelazioni di un pentito e aveva puntato i riflettori sulla famiglia Iona, dell’omonima cosca di Belvedere di Spinello (Crotone).
Suo anche l’input all’inchiesta per presunto riciclaggio, che ha investito la catena delle pizzerie Peperino, dal Friuli Vg al Veneto, e che ne collegherebbe gli interessi a quelli della Camorra.
Un versante non meno complesso, quello della ristorazione, visto che, al di là degli affari più o meno equivoci di ogni singola attività, è la «holding» cui appartengono a preoccupare e tenere le fila di interessi ben più articolati.
Eppure, l’etichetta dell’«isola felice» sopravvive ancora nella testa di una larghissima fetta di popolazione. «Nel Nord-Est, quattro intervistati su dieci considerano la mafia un fenomeno marginale e di scarsa rilevanza a livello locale-regionale», spiega Francesca Rispoli, dell’ufficio di presidenza di Libera.
Il che basta a dimostrare quanto bassa sia la consapevolezza dei pericoli che il territorio corre. E l’ignoranza, si sa, rappresenta sempre una porta spalancata sul precipizio, qualunque esso sia. Per quanto ancora in fieri, la “mappatura” degli investigatori suggerisce invece un livello di alert già elevato.
«Non parliamo più d’infiltrazione – afferma Mastelloni –, ma di insediamenti insidiosi». Casalesi compresi, «noti per pertinacia e pervasività e – aggiunge il procuratore – tra i più agguerriti», come le intercettazioni telefoniche confluite nei faldoni dell’operazione “Piano B”, peraltro, rivelano.
Ma questa, ne siamo certi, non è che la punta dell’iceberg e recuperare il tempo perso in termini d’investigazione, in tanti anni di sottovalutazione del fenomeno, non sarà facile.
«È gente che ogni giorno s’inventa cento modi diversi per investire fraudolentemente – osserva Mastelloni –. La criminalità organizzata galoppa, mentre noi, con i mezzi che abbiamo, arranchiamo». Il che, in un territoro appettibile come quello nordestino, non è più ammissibile.
Perchè, oltre a sbarrare l’avanzata a chi ritiene di poterne inquinare l’economia con attività e investimenti di illecita provenienza, si tratta di individuare anche gli “autoctoni”, le cosiddette “figure cerniera” che, forti della propria rispettabilità, da quegli stessi affari e, quindi, da una collaborazione malsana con i camorristi di turno, ritengono di poter trarre vantaggio.
«I tentativi di infiltrazione di associazioni di stampo mafioso – aveva affermato il procuratore generale Dario Grohmann, all’inaugurazione dell’anno giudiziario – si sono fatti più audaci e numerosi, in vista di una sostanziale ripresa economica, un forte rilancio turistico e l’avvio di grandi opere infrastrutturali e portuali».
Mastelloni è andato oltre, chiedendo rinforzi sostanziali. «Le forze attualmente in campo – ha detto – sono minime: buone, certo, ma poche. Con quello che sta succedendo, sarebbe il caso di cominciare a pensare di costituire un centro Dia e Ros anche a Trieste (al posto dell’attuale sezione, che fa capo, appunto ai colleghi veneti, ndr)».
Il sigillo è arrivato proprio dall’operazione sui casalesi: la prima, in Friuli, a produrre sette arresti con l’aggravante del metodo mafioso. —
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