"Ecco perché dovremo convivere con il coronavirus: ma non c'è da aver paura" [Ascolta l'intervista]

UDINE. «Dovremo imparare a convivere con il coronavirus». Che, tuttavia, «resta decisamente meno letale rispetto ai “cugini” Sars e H1N1». Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e presidente della Società italiana di terapia anti-infettiva, non cambia opinione e predica calma, nonostante gli sviluppi delle ultime quarantott’ore, che hanno proiettato l’Italia al vertice tra i Paesi con il maggior numero di contagio dopo le nazioni asiatiche.
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«Gli ultimi dati parlano di oltre 150 casi e tre decessi. Ma è giusto leggere con la dovuta cautela questi numeri: è cambiato il modo di rilevamento dei casi, sia in Lombardia che a Padova sono stati prelevati i tamponi a persone potenzialmente entrati in contatto con persone che hanno presentato sintomi. È evidente che con queste regole cambia il denominatore. Bisogna avere cautela perché non è detto che tutti i casi “censiti” rispondano ai criteri di casi gravi. Allo stato attuale abbiamo sicuramente un focolaio aperto in Lombardia e un secondo focolaio, a partenza ospedaliera, che è quello di Padova. Qui è successo qualcosa che tutti noi speravamo non succedesse, ovvero si sono verificati casi di contagio intraospedaliero: questo fa sì che il sistema abbia più difficoltà a essere controllato».
Situazioni sufficienti tuttavia a innescare reazioni non sempre lucidissime.
«Vorrei tranquillizzare rispetto lo scenario epidemiologico attuale. Anche in precedenti interviste ho detto che sarebbero arrivati dei contagiati in Italia, perché i voli da Wuhan e in generale dalla provincia di Hubei hanno continuato a portare pazienti da un’area endemica. Così il virus è entrato nel nostro Paese e ha iniziato a girare, perché prima di essere ricoverati allo Spallanzani i due turisti cinesi sono stati a Venezia, a Parma: nonostante le misure prese dal governo i due sono entrati per le vie normali».
Eccessivo parlare di epidemia?
«Oggi siamo in presenza di due focolai, vediamo cosa si riuscirà a fare nei prossimi giorni per contenerli. Non è epidemia, è quello che in gergo chiamiamo cluster, ovvero un micro-focolaio. Ci sono due decessi, ma almeno uno aveva problematiche di base: è sempre difficile in questi casi stabilire se si è morti con il coronavirus o per il coronavirus. Bisogna essere cauti nell’esprimere giudizi e nell’essere allarmistici. Da infettivologo dico che questa è una malattia infettiva, che non conosciamo fino in fondo. L’indice di letalità in Cina, dove il sistema sanitario è andato completamente in tilt, parla di un 3 per cento, mentre fuori dal Paese asiatico si ferma tra lo 0,5 e l’1 per cento. Per un infettivologo sapere che nell’80-85 per cento dei casi dà sintomi non gravi, tranquillizza sotto il profilo della ricaduta clinica. Il problema, al netto di quello che accadrà nelle prossime settimane, è che dovremo imparare a convivere con il coronavirus: sforzi per contenere l’epidemia, i microfocolai si presenteranno anche in altre regioni. Molti si sono dimenticati che la pandemica del 2009, l’H1N1, fece centinaia di migliaia di casi, con 3 mila morti correlate. Al momento siamo abbondantemente sotto quella soglia: io mi sento di rimanere tranquillo, l’allarmismo non serve e fa lavorare peggio anche i professionisti che devono gestire l’emergenza sanitaria».
Il caso di Lodi ha anche messo in dubbio le certezze sul periodo di incubazione del Covid-19.
«Stando ai dati elaborati fin qui, si parla di quattordici giorni di incubazione: del resto il manager lombardo ha avuto contatti con il soggetto con cui si è infettato più volte tra l’inizio di febbraio e l’8 febbraio. Il criterio temporale da tenere in considerazione resta, al momento, quello dei quattordici giorni».
Ci sono cure che hanno già prodotto effetti?
«In Cina hanno trattato i casi di coronavirus con farmaci che noi usiamo per Hiv e malaria, piuttosto che per Ebola. Abbiamo terapie di supporto e molti presidi: la grande differenza è che fronteggiamo una popolazione completamente scoperta dal punto di vista anticorpale».
In questa fase le mascherine servono?
«In questo contesto epidemiologico, con i microfocolai contro cui ci troviamo a combattere, non ha senso: le mascherine hanno un filtro, che ha una durata di sei-otto ore. Quando me la metto? Dalla mattina alla sera? Vestire la mascherina fa sì di assumere inconsapevolmente atteggiamenti lassisti rispetto ad azioni invece imprescindibili come il lavaggio delle mani. È come se mettermi la mascherina mi facesse sentire in qualche maniera super-protetto. Intanto bisogna saperla usare, ha una efficacia di qualche ora: in questo senso non ha senso utilizzarla per la popolazione».
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