Ecco cosa insegnava l’imam ai bimbi

UDINE. Altro che precetti morali, Sofiane Mezerreg, l’imam espulso mercoledì scorso su indicazione del ministro degli Interni Angelino Alfano era un vero istigatore d’odio. Un propagatore di violenza nei confronti dell’Occidente e dei suoi valori, prima di tutto culturali.
Una minaccia per la sicurezza dello Stato come si evince dal provvedimento del Viminale e dalle testimonianze di bambini e genitori della scuola di Schio da dove è nata l’indagine terminata con l’espulsione di Mezzereg che, per dodici anni, è vissuto e ha predicato a Udine.
Non soltanto, infatti, l’imam plagiava i suoi piccoli fedeli spiegando loro come le canzoni e la musica fossero haram – quindi, letteralmente, proibite dal Corano – e giudicava la scuola italiana come non adatta all’educazione religiosa dei suoi figli, specialmente di quello maggiorenne, ma si spingeva ben oltre. 36 anni, salafita – cioè di quella scuola di pensiero sunnita che predica un ritorno alle fonti originali dell’islam con la volontà di sviluppare un’interpretazione “autentica” dei dettami coranici e della Sunna – era arrivato, secondo il ministero degli Interni, sino a «indurre i minori di fede musulmana ad assumere comportamenti palesemente ostili alla cultura occidentale e a manifestare il desiderio di imbracciare le armi, una volta diventati grandi, per combattere».

Parole chiare, forti e che dimostrano come l’indagine della Digos di Vicenza, scattata il 21 gennaio dopo che alcuni studenti musulmani di una scuola elementare di Schio si erano rifiutati di partecipare alla lezione di musica, abbia colto nel segno. Nel corso delle settimane, infatti, gli inquirenti hanno raccolto le testimonianze di altri bambini minacciati dai giovani immigrati con frasi inquietanti come «quando sarò grande mi farò esplodere come una bomba» oppure «ritorneremo da adulti con le armi e le useremo contro voi italiani» o ancora «uccido tua madre e tuo padre».
Il cerchio si è stretto velocemente, da queste basi, attorno a Mezzereg che, probabilmente, non si sarebbe mai aspettato di cadere nella rete dell’anti terrorismo italiano per la sua totale avversione nei confronti della musica. Una concezione di haram che trae le sue origini dall’interpretazione che, alcuni commentatori del Corano, danno della Sura XXXI, chiamata “Luqman”.
Il sesto versetto – tradotto dall’arabo dall’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii) - recita: «tra gli uomini vi è chi compra storie ridicole per traviare gli uomini dal sentiero di Allah e burlarsi di esso: quelli avranno un castigo umiliante». L’esegesi classica, sempre secondo l’Ucoii, afferma che questo versetto, al pari di quello seguente, allude in particolare a un “pagano” che faceva di tutto per disturbare i sermoni di Maometto ingaggiando cantastorie e cantanti e ordinando loro di esibirsi nello stesso luogo in cui il profeta parlava alla gente.
Non si parla di musica, e tantomeno di canzoni, dunque, eppure l’imam era convinto del contrario appoggiandosi sull’interpretazione data negli anni e nei secoli successivi alla morte di Maometto da diversi commentatori del Corano – come Abd Allah Ibn Masud o Ali Ibn Ahmad al-Wahidi – secondo cui le storie ridicole sono rappresentate dal canto e dagli strumenti musicali.
Una posizione non condivisa dalla maggior parte dei musulmani – in Italia e nel mondo – e nemmeno dall’ambiente islamico veneto in cui operava l’algerino Mezerreg che ha immediatamente condannato le parole e il modus operandi dell’ex imam di Udine.
«Non c’è scritto da nessuna parte del Corano che non si possa ascoltare musica – ha spiegato Mohammed Amin Al Ahdab, presidente della comunità musulmana di Marghera – e queste frasi non fanno altro che il male dell’islam. Il problema sono questi imam che io definisco “fai da te”.
Il Corano originale è una cosa, poi esistono altri testi sacri come la Sunna in cui sono contenuti diversi aneddoti sulla vita del profeta che, però, vanno interpretati. Per riuscirci bisogna aver studiato e avere in mano gli strumenti necessari a capire le scritture. Non si possono analizzare i testi sacri senza possedere un’adeguata preparazione alle spalle come, purtroppo, fanno in tanti. E visto che, come è stato tramandato, Maometto venne accolto a Yathrib (la futura Medina) al suono di tamburelli e dei canti della gente, anche un bambino capirebbe che la musica non può essere un peccato».
Una condanna forte e decisa a differenza, invece, delle parole pronunciate dalla comunità islamica di Udine. Da Alessandro Spartà – presidente del centro “Al Salam” – in giù tutti hanno infatti descritto Mezerreg come un predicatore appassionato, un lavoratore irreprensibile e una persona mite.
Arrivando fino a non ritenere possibile – come invece mette nero su bianco il Viminale – che l’imam avesse plagiato i suoi giovani alunni. «Mi chiedo che credibilità possano avere tali affermazioni – ha dichiarato Spartà –. Qualsiasi bambino, dopo aver visto un film western, potrebbe dire “Da grande farò lo sceriffo e sparerò”. Allora se qualcuno lo dicesse a Udine saremmo tutti espulsi?».
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