Ecco come funzionava il “business delle tossine”

Tra mancati ricavi e costi di smaltimento gli allevatori rischiavano il fallimento. E intanto l’indagine si allarga: il numero degli indagati potrebbe aumentare

UDINE. Quel latte non solo non poteva essere venduto, ma doveva anche essere smaltito come rifiuto speciale. Con costi esorbitanti, tanto da mettere a rischio la sopravvivenza stessa di un allevatore di medie dimensioni. Così quasi tutti, pur sapendo, tacevano. Perché quasi tutti, in un modo nell’altro, ci guadagnavano. Tra mancato ricavo e smaltimento infatti il latte tossico avrebbe provocato un “buco” da centinaia di migliaia di euro impossibile da sostenere per molti imprenditori agricoli associati al Consorzio Cospalat.

Ma a pagare il conto, anche in termini di rischi per la salute, sono stati soltanto i consumatori. Che hanno acquistato latte di qualità prodotto in Friuli con una concentrazione di aflatossine anche superiore al doppio del consentito oppure formaggio Dop ad un prezzo Dop che però non era per nulla Dop.

Di questo traffico, oltre al presidente di Cospalat Renato Zampa (l’unico finito in carcere) erano al corrente anche la segretaria del consorzio, il responsabile degli autisti, le due socie del laboratorio dove venivano falsificati gli esiti delle analisi oltre a una consulente esterna che si prestava a sostituire e distruggere campioni di latte tossico: sono finiti tutti ai domiciliari e devono rispondere di associazione a delinquere. Sono per il momento indagati anche 17 allevatori che secondo l’accusa sapevano di produrre latte tossico che poi finiva sulla tavola delle famiglie italiane.

Ma l’indagine coordinata dal pm Marco Panzeri continua. Giovedì i carabinieri del Nas, coordinati dal comandante Antonio Pisapia hanno effettuato 86 perquisizioni in caseifici, aziende e negozi sparsi in mezza Italia: dal Friuli al Veneto, ma anche in Toscana, Umbria, Campania e Puglia. Non è escluso quindi che il numero degli indagati possa aumentare nei prossimi giorni quando sarà completata l’analisi di tutti i documenti. In Procura è infatti in programma un vertice per pianificare le prossime mosse.

I militari hanno passato al setaccio anche il laboratorio Microlab di Amaro - che è stato posto sotto sequestro - da dove hanno portato via diversi faldoni di documenti. Tra le carte pare che i carabinieri abbiano individuato anche analisi falsificate accanto a quelle che accertavano la presenza di aflatossine.

L’indagine è cominciata nel maggio dello scorso anno dopo la denuncia di un autista che ha raccontato ai carabinieri di essere stato costretto a prelevare latte da allevamenti diversi rispetto a quelli poi indicati: aveva intuito che c’era qualcosa che non andava, ma non era il solo. Anche alcuni punti vendita e caseifici si erano accorti, dopo dei controlli a campione, che il latte Cospalat era contaminato, ma nessuno ha presentato denuncia.

L’unico è stato l’autista. E quando i carabinieri hanno capito che dietro a quei prelievi anomali si nascondeva un traffico illegale, sono scattate le intercettazioni telefoniche che hanno permesso di ricostruire tutta l’organizzazione e di sequestrare anche 1.063 forme di formaggio a seguito di semplici provvedimenti amministrativi per tutelare la salute dei consumatori senza mettere “in allarme” gli indagati.

Ascoltando le telefonate di Zampa e le intercettazioni ambientali, gli investigatori hanno per esempio scoperto che un caseificio di Poggibonsi ha ricevuto 115 quintali di latte con una concentrazione di aflatossine di 0,076 microgrammi al chilo lo scorso 9 ottobre mentre il limite massimo è di 0.050. Il 18 dello stesso mese sono invece stati prelevati 100 quintali di latte dall’allevamento di Lorenzo Benacchio con un livello di 0,094. A dicembre 2012 altri carichi di latte con una concentrazione di aflatossine superiore a 0,1 sono stati prelevati dall’azienda agricola Angelo Tosone mentre il 27 novembre un caseificio di Rivarotta ha ricevuto circa 90 quintali prodotti dall’azienda agricola di Aniceto Bevilacqua contenenti antibiotici. Ma l’elenco dei carichi avvelenati scoperti dagli investigatori è molto più lungo.

«Chi ha sbagliato deve andare a casa a calci nel sedere - ha tuonato il presidente dell’Associazione allevatori, Luca Vadori - anche se, per un imprenditore di medie dimensioni, avere a che fare con una concentrazione troppo elevata di aflatossine significa rischiare il fallimento. Per “depurarsi”, una mucca, che mediamente produce circa 25 litri di latte al giorno, ha bisogno di circa una settimana. Il che significa che un allevatore con 80 capi dovrebbe buttare via circa 750 euro di ricavo al giorno (il prezzo adesso è attorno a 40 centesimi al litro). Ma la spesa più grande - ha precisato - è quella per lo smaltimento che può arrivare a costare fino a quattro volte il costo del latte, circa 3 mila euro al giorno. Complessivamente quindi il costo per sopperire a una contaminazione sarebbe di circa 25 mila euro, praticamente il guadagno di un anno di lavoro senza tener conto dei raccolti di mais. Perché anche quelli, una volta individuata l’origine della contaminazione, andrebbero distrutti o smaltiti. Detto questo - ha concluso - mi chiedo come sia possibile che altri paesi dai quali importiamo latte abbiano un limite di legge doppio del nostro».

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