E’ l’ora di accorpare i Comuni mignon
È fallita la fusione dei tre Comuni friulani. I “no” di San Martino al Tagliamento, territorio che conta poco più di mille anime, hanno messo ko il progetto di istituire un unico municipio con Valvasone e Arzene, dove invece sono prevalsi i “sì”.
La realtà più piccola ha imposto le sue nostalgie identitarie, a discapito della semplificazione burocratica, che avrebbe portato indubbi vantaggi finanziari. Si sarebbero tagliati oneri di rappresentanza (un paio di sindaci, quattro assessori, venti consiglieri) per mettere risorse aggiuntive a disposizione delle esigenze dei cittadini. Invece no.
Capita di sbraitare dalla mattina alla sera contro i costi della politica e, poi, quando si presenta l’occasione concreta, pur di sventolare il vessillo del piccolo borgo, si vota per mantenere le poltroncine del municipio. Questa forma di “identità materiale” ha costi nolto elevati, che non sono più compatibili né con la precaria situazione economica, né con la necessità di far funzionare a pieno regime la macchina dei servizi.
Coloro che l’altra sera hanno suonato le campane per festeggiare lo scampato pericolo forse dimenticavano che, all’ombra dei campanili, persino la Chiesa ha già accorpato drasticamente le parrocchie, senza per questo scalfire la spiritualità dei fedeli. Segno dei tempi. È bene chiarire che nessuno potrà mai permettersi di cancellare storie radicate nei secoli. In realtà, però, l’identità è un bene immateriale, che lavora in continuazione. Che assorbe novità, arricchendosi proprio attraverso contatti e relazioni. Non ha bisogno di essere protetta dentro i muri di un municipio.
Un ente locale è invece un elemento strumentale, al quale sono richiesti essenzialmente servizi di buon livello, che devono far leva su una “massa critica”, al fine di garantire efficienza ed economicità. Ebbene, come potranno i Comuni mignon, che in molti casi non raggiungono i mille abitanti, assicurare i principi essenziali della buona amministrazione? Gran parte delle risorse serve infatti alla loro autoreferenzialità. Per certi versi, il superamento della polverizzazione degli enti locali è materia di riforma, che spetta al Parlamento e alle Ragioni a Statuto speciale.
Gli amministratori dovrebbero assumersi, con coraggio, la responsabilità di mettere in ordine un quadro eccessivamente frantumato, che ha bisogno di aggiornamenti. Le difficoltà friulane sono state riscontrate in altre parti d'Italia, per esempio in Lombardia, dove domenica si è votato per 58 referendum consultivi, a sostegno dei progetti di fusione. Una buona maggioranza di operazioni ha avuto esito positivo. Ma anche lì ci sono state stroncature dettate da ragioni di rivalità.
È il segno evidente di una difficoltà che coinvolge il Paese dei campanili, in questo strettamente unito da Nord a Sud. Ora la parola spetta alla Regione. Il percorso intrapreso deve proseguire. Non può essere un piccolo Comune a inceppare il meccanismo. La semplificazione è un processo irreversibile, che ha come obiettivo principale la messa in sicurezza dei conti pubblici.
L’identità non c’entra nulla. Nelle realtà senza municipi è pur sempre tenuta viva da associazioni e pro loco. Il Friuli Venezia Giulia, che vanta uno Statuto di autonomia, dovrebbe accelerare l’iter di riordino degli enti locali, eliminando dai suoi strumenti normativi ogni forma di intralcio. Il test di domenica deve servire da lezione. Non può essere che la volontà di unione manifestata convintamente da Valvasone e Arzene sia stroncata da San Martino al Tagliamento. I Comuni in cui sono prevalsi i “sì” dovrebbero avere riconosciuta comunque la possibilità di fondersi. Non è corretto che le loro ragioni vengano cancellate dalle scelte dell’ente più piccolo. Si rischierebbe di compromettere ogni altra iniziativa virtuosa.
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