Dolce romano, la burla che fa litigare Codroipo

Non si placano nel Medio Friuli le polemiche sulla contestata torta. Dal presunto ritrovamento della ricetta a un piano di marketing internazionale

CODROIPO. Dunque, gli ingredienti: latte, uova, pane raffermo, miele, pepe nero, uva sultanina e pinoli. Un dolce privo di zucchero e farina, e quindi povero, d’altri tempi. Quel dolce porta anche una firma: tale Tito Voreno, centurione dell’esercito romano, che sconfinò in guerra in Dacia, terra ricca d’oro. Andava ghiotto di quel dolce, il centurione. Era talmente innamorato del suo “Melpiperatum” - così era chiamato – che pretese, una volta morto, la ricetta sulla pietra tombale: un epitaffio d’altri tempi, davvero. E qui finisce la favola...

Facciamo un bel salto a oggi. Bene, quella favola è diventata la più ghiotta (è il caso di dirlo) “bufala” del Medio Friuli. Una burla, secondo alcuni; una buffonata, secondo altri. Viene partorita mercoledì 23 gennaio, nel municipio di Codroipo. C’è in corso un incontro dal titolo più che pretenzioso: “Codroipo - Un’identità da promuovere, dal Quadruvium romano al Patriarcato di Aquileia”.

L’organizzazione è affidata all’Associazione Oltremare (ha avuto un contributo regionale pare di 12 mila euro per l’evento), mentre il Comune – questa la versione ufficiale – ha concesso soltanto il patrocinio, senza scucire un sesterzio, pardon, un euro. In programma ci sono le relazioni di Donatella Guarneri, del Museo delle carrozze di Codroipo, su “Il museo civico delle carrozze di Codroipo”, di Paolo Pastres, della Deputazione di Storia Patria del Friuli, su “Come nasce un’identità, note sulle origini di Codroipo e la sua storia remota” e di quello che poi è stato individuato come il regista della burletta: Franco Grossi, dell’ateneo triestino, che parla su “Codroipo capitale del Medio Friuli, proposte per il marketing strategico di un brand territoriale”. Il nostro, mosso dal principio che i furlans non sanno né vendere né tantomeno vendersi e, annoiato da una serata a metà tra il serioso e l’accademico, s’inventa un clamoroso “coup de thèâtre”.

Dopo una lunga dissertazione sulla storia romana di Codroipo arriva fino al nostro centurione, che avrebbe deciso – così racconta - di farsi seppellire nella necropoli romana di Iutizzo di Codroipo. Ma lui, grosso esperto di comunicazione e storico alla bisogna, nelle sue compulsioni da studioso curiosissimo dice di aver scoperto l’epitaffio che riporta la ricetta del “Melpiperatum”. E non pago di stupire gli astanti si avvia al trionfo finale facendo entrare in scena la versione codroipese del dolce. Apriti cielo! Ma facciamo un salto indietro di alcuni giorni.

Grosso, accompagnato da Pierluigi Boem, presidente del sodalizio Oltremare, ha appena illustrato la serata del convegno al sindaco Fabio Marchetti. Ma – assicura quest’ultimo – non si parla d’altro, nè si ipotizza storie strane. «Appena uscito dal municipio – dice Grosso – ho visto l’insegna del Forno Toso di proprietà di Cesarino Toso. Entra. Parla con il titolare. Gli racconta del dolce. Gli svela gli ingredienti. Trattano il prezzo.

E voilà: il 23 sera il Melpiperatum fa il suo ingresso tra i partecipanti al convegno. Tutti, o la stragrande maggioranza dei presenti, giurano sulla bontà del dolce sicchè già dal giorno dopo Toso fa di necessità virtù e comincia a produrlo, mentre Grosso, Boem e Marchetti devono fronteggiare gli attacchi indignati di alcuni archeologi. Che, non avendo ancora percepito lo scherzo, rinnegano con forza la presunta tomba del centurione affermando, a ragione, che nessuna lapide funeraria romana racchiude una ricetta.

Ma intanto il dado è tratto. E a Codroipo e nel Medio Friuli la storia del dolce è sulla bocca di tutti. Cesarino Toso vuole cambiargli il nome. Diventerà “Dolce piperatum”, oppure “Dulcis quadruvium” o ancora “Dolce Quadruvium”. Ma a non tutti la burla piace. Il malcontento corre sui social network, in paese compaiono volantini, si muovono gli avversari politici. Che chiedono spiegazioni su come la Regione possa finanziariare una celia, sborsando 12 mila euro. Intanto, il panificio sforna il suo Piperatum.

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