Digitale, competenze e capitale umano: la ricetta di Chiara Valduga per far ripartire l'economia dopo la crisi

«Le città deserte e il silenzio delle fabbriche vuote». Queste le immagini del 2020 che più hanno colpito Chiara Valduga, l’imprenditrice friulana a capo di uno dei più rilevanti gruppi industriali del Nordest che traccia un bilancio - dall’economia alla politica alla società - con uno sguardo proiettato all’imminente futuro.
Il 2020 non lo dimenticheremo. Cosa rimarrà di questo anno?
«Certamente è un anno che non dimenticheremo perché ha rappresentato un momento di crisi e di forte discontinuità. Qualche settimana fa il settimanale americano Time ha rappresentato in modo molto efficace questa diffusa opinione, uscendo con la scritta 2020 in copertina, barrata da una grande X, a cancellare quello che il giornale definisce come “il peggior anno di sempre”.
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In realtà credo che ci siano stati anni anche peggiori se pensiamo ai conflitti mondiali o alle epidemie del passato, ma indubbiamente nessuno si sarebbe mai aspettato di vivere un anno come quello trascorso. Il 2020 ci lascia il dolore per le tante vittime della pandemia, il senso di smarrimento rispetto a immagini che mai avremmo creduto di vedere come le città deserte, le aziende chiuse, le aule vuote. Tuttavia credo che in ogni situazione sia fondamentale identificare anche i risvolti positivi, per fare leva su questi e da questi ripartire: il 2020 ci lascia anche una buona capacità di adattamento a situazioni nuove, la flessibilità organizzativa che tante strutture di vario tipo hanno dimostrato, la volontà di reagire e di trovare, in vari contesti, organizzazioni e soluzioni alternative».
La nostra società, il nostro modo di vivere, torneranno quelli che abbiamo conosciuto o sarà necessario trovare nuove strade?
«Se troveremo il modo per archiviare definitivamente la pandemia, teoricamente tutto potrebbe tornare come prima, ma credo che in realtà, quanto accaduto abbia cambiato sia la società in cui viviamo, sia ogni persona; ci siamo resi conto che non possiamo controllare ogni cosa, che un virus ha bloccato per almeno un anno l’intero pianeta, stravolgendo l’economia e il modo di vivere delle persone e credo che la consapevolezza di quanto accaduto lascerà il segno. C’è stato un grande passo avanti nella digitalizzazione, si sono sperimentate nuove forme di lavoro, nuovi modelli organizzativi: da qui dovremo ripartire e guardare avanti. La crisi economica in cui molti settori sono precipitati impone poi alle aziende un deciso cambio di marcia, una spinta forte a un miglioramento necessario per sopravvivere».
Anche il nostro Friuli sta pagando un prezzo altissimo al Covid. È una tragedia paragonabile al terremoto del ’76?
«Sono certamente due momenti difficili della nostra storia, che hanno alcuni aspetti di somiglianza, ma in realtà i contesti e le caratteristiche sono molto differenti. Nel ’76 in un minuto circa il terremoto distrusse case, interi paesi, lasciando cumuli di macerie e devastazione. Ci fu una grande solidarietà e una grande capacità di reazione: il Friuli dimostrò al mondo la capacità di ricostruire a tempi di record.
In quel momento amministratori e politici hanno pianificato con successo la ricostruzione e il successivo sviluppo della nostra regione. Oggi il nemico e più subdolo; la situazione di emergenza si sta trascinando da quasi un anno e colpisce non una zona circoscritta, ma l’intero pianeta. Per uscirne con lo slancio positivo che ha caratterizzato il periodo successivo al terremoto, la cooperazione non dovrà essere solo regionale, ma a livello nazionale o meglio europeo».
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La pandemia ha avuto un forte impatto sull’economia mondiale, italiana e della regione. I numeri la preoccupano? Quanto tempo ci vorrà per tornare ai livelli pre crisi?
«I numeri sono indubbiamente preoccupanti ed è difficile dire se e quando si potrà tornare ai livelli pre crisi. La pandemia ancora in corso sta producendo effetti drammatici per l’economia che si traducono in disoccupazione, aumento delle diseguaglianze e crisi in molti settori. Temo che ci troveremo un mondo più povero a causa della pandemia. Si prevede un calo del Pil mondiale del -5%; la recessione sarà più severa in Europa e negli Stati Uniti, ma ripercussioni importanti si avranno anche nei Paesi a più basso reddito.
In Italia le recenti misure restrittive per arginare l’epidemia inducono a stimare che nel 4° trimestre si avrà un Pil ancora in calo. L’impatto sull’economia italiana dovrebbe essere contenuto rispetto al crollo nel 1° e 2° trimestre, (-17,8%), dato che molti settori produttivi sono restati aperti, ma andrà a peggiorare ulteriormente i numeri di un anno da dimenticare».
Quale l’immagine della pandemia che personalmente non dimenticherà, o che ha avuto un impatto emotivo particolare?
«Sono molte le immagini di grande impatto emotivo; personalmente non dimenticherò il silenzio delle fabbriche chiuse e i capannoni vuoti».
E’ cominciata la campagna di vaccinazione. Può essere una svolta? Auspica che gli italiani si vaccinino o teme derive no vax?
«Speriamo che il vaccino possa essere realmente una svolta e che, al di là di scetticismi o trionfalismi che non condivido, tutto proceda con la massima efficienza e velocità, senza i rimpalli di responsabilità ai quali spesso ci troviamo ad assistere».
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Il mondo della sanità ha avuto un ruolo determinante in questo anno: la sanità ha mezzi adeguati per dare risposte ai cittadini? O servono più risorse?
«Credo che servano più risorse per una serie di investimenti sulla Sanità, ma, oltre alle risorse, servono strumenti che consentano poi di spendere le risorse destinate velocemente e in maniera efficace».
Il gruppo che lei dirige, nonostante il lockdown, non si è quasi mai fermato. Come sono andate le cose? I mercati, i vostri clienti come hanno reagito? Cosa chiedono?
«Per il Gruppo Cividale le settimane di chiusura totale sono state limitate, ma le conseguenze della pandemia sono state comunque significative. La maggior parte delle aziende del gruppo, dopo un periodo iniziale di stop totale, hanno parzialmente ripreso a lavorare. L’operatività, che via via è andata crescendo per tutte le realtà aziendali, è stata comunque limitata sia dal fatto che l’operatività consentita per garantire la continuità delle filiere è risultata comunque circoscritta alle commesse per le quali le diverse società del gruppo avevano ricevuto specifica autorizzazione da parte dei clienti, sia da tutte le precauzioni di sicurezza adottate dal management, quali la riduzione delle presenze, il distanziamento, lo scaglionamento di turni, gli accessi, la mensa, gli spogliatoi, il controllo della temperatura.
Tutto questo ha determinato un calo del fatturato del 10% circa per le fonderie di acciaio e la forgia del gruppo, più significativo per la Zml Industries, che ha dovuto affrontare anche la pesante crisi del settore automotive, particolarmente intensa nel primo semestre dell’anno. I mercati di riferimento hanno rallentato e così le acquisizioni di nuovi ordinativi. La situazione è tuttora caratterizzata da incertezza e scarsa visibilità. Ciononostante i risultati complessivi saranno positivi».
La tecnologia e il digitale sono entrati in modo prepotente e forse inatteso nel mondo produttivo: la pandemia ha fatto da acceleratore? O era un processo inevitabile?
«Il processo era in corso, ma la pandemia ha avuto un ruolo di acceleratore straordinario. Quella che abbiamo visto è un’espansione senza precedenti. L’esperienza vissuta negli ultimi mesi ha portato alla ricerca di tecnologie sempre migliori, offrendo tra l’altro opportunità interessanti per le aziende che possono fornirle».
Lo smart working ha avuto un incremento massiccio, sempre accelerato dal Covid. Resterà anche in futuro? Secondo la sua esperienza è una modalità di lavoro che funziona?
«È stato importante nel periodo della pandemia e lo è tuttora per molte realtà; credo che rimarrà anche in futuro in determinati contesti, ma in altri non è applicabile e non sempre è la migliore soluzione per le aziende».
I politici a tutti i livelli hanno dovuto affrontare un problema epocale. Ce l’hanno fatta? O si poteva fare meglio?
«Certamente la situazione in cui i politici hanno dovuto operare è stata straordinariamente complessa e di questo va tenuto conto, tanto più che l’Italia, nella prima ondata del virus, è stato il primo Paese europeo colpito e quindi non poteva contare sull’esperienza di altri. Si può sempre fare meglio. Visto dal lato delle aziende sarebbero state necessarie maggiori certezze: invece più volte ci siamo trovati nella situazione di non sapere cosa fare l’indomani».
In Italia in primavera lockdown integrale, in autunno chiusure mirate. Quale modello ha funzionato meglio?
«Per le attività industriali certamente il secondo modello: non sarebbe stata sostenibile una seconda chiusura totale come avvenuto la scorsa primavera».
Cosa rimprovera alla politica italiana: più le polemiche tra i vari leader o più l’incompetenza?
«La mancanza di una visione strategica di politica economica di lungo periodo, una carenza che peraltro dura da molti anni. Auspico davvero che in questo momento storico ci sia la capacità e la volontà di trovare la progettualità di lungo periodo. E’ necessario che il Recovery fund, il fondo per la ripresa europeo, venga concentrato su un numero di progetti chiari e importanti; è prioritario che non si disperda in mille iniziative poco significative, ma che che sia focalizzato sugli investimenti e sulle infrastrutture».
E i politici della nostra regione come se la sono cavata?
«Credo abbiano fatto quanto possibile, in un contesto nuovo e complesso. Purtroppo la gestione della crisi è stata ed è per gran parte nelle mani del Governo centrale e il confronto e la collaborazione non mi pare siano sempre stati ottimali».
Molte categorie economiche colpite dalla crisi causa Covid, dalla ristorazione al turismo, dalla cultura al commercio. Basteranno i ristori statali? Cosa si dovrebbe fare di più?
«Se un’attività viene chiusa, il ristoro dovrebbe essere pari al danno subito. Più complesso è il supporto al calo di attività conseguente al contesto che si è venuto a creare a seguito della pandemia; in questo caso, a mio parere, vari fattori devono essere considerati partendo da una valutazione su cosa ciascun Paese si possa permettere e sul fatto che dovrebbero essere supportate le attività che poi, superata la difficoltà momentanea, hanno la possibilità di riprendersi e andare avanti. Queste valutazioni non sono sempre facili, ma credo non debbano essere confuse forme di assistenzialismo, con supporti finalizzati a un successivo sviluppo».
Nei mesi scorsi ci sono state anche proteste di piazza delle categorie colpite dalle restrizioni. Le ha condivise? O era meglio un’altra strategia?
«Credo che le proteste di piazza siano un modo per esprimere un disagio grave che deve essere ascoltato».
Negli Usa finisce l’era Trump. Con Biden ci sarà una svolta? Cosa si aspetta dalla nuova presidenza, anche per la figura di una donna, Kamala Harris, vice presidente?
«Intanto speriamo che finisca questo anomalo periodo di transizione, non ne ricordo altri così complessi. Bisognerà vedere se la maggioranza di Biden gli consentirà di imprimere un reale netto cambio di rotta, con le misure annunciate nel suo programma: lo stimolo di bilancio, gli investimenti pubblici, le riforme fiscali, sanitarie e climatiche.
Nel breve periodo resterà preponderante l’emergenza sanitaria: Biden potrebbe favorire misure anti-Covid più restrittive, come quelle di molti paesi europei, con il rischio di una frenata dell’economia Usa. Le future politiche economiche americane restano al momento abbastanza incerte, frenando le decisioni di investimento e gli scambi produttivi. Per quanto riguarda la figura di una donna vice presidente, credo che rilevi soltanto la competenza, null’altro».
E i rapporti con la Cina? Cambieranno anche quelli?
«Lo scenario per il medio termine potrebbe essere caratterizzato da un minore “isolazionismo” Usa. L’amministrazione Biden non sarà necessariamente più amichevole con Pechino. La convinzione che la Cina sia una potenza che cerca l’egemonia e che non è disposta a rinunciare all’obiettivo, credo sia condivisa anche dal partito del nuovo presidente Usa».
Ora comincia un anno nuovo. Cosa chiede al 2021, quali gli auspici per l’economia, per la politica, per la società?
«Come tutti mi auguro che la pandemia venga definitivamente superata e che si possa tornare alla normalità. Auspico che la politica recuperi una visione di lungo periodo ed una progettualità che dia il via a una nuova fase di sviluppo.
Per l’economia mi auguro una ripresa, ma anche un nuovo modello di cooperazione tra tutte le forze in campo per avviare e consolidare processi condivisi di innovazione, di crescita, di ricerca, che consentano alle aziende di poter competere sui mercati internazionali. Mi auguro che ci siano le premesse, e credo ci saranno, per una trasformazione delle aziende partendo dal capitale umano, che è alla base di ogni sviluppo».
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