Dà fuoco alla sua cella nella notte di Capodanno: due detenuti ricoverati e sette guardie intossicate

L’incendio allo scoccare della mezzanotte. Gli agenti della polizia penitenziaria hanno messo in salvo l’uomo, un 30enne, e il suo compagno di stanza

Alessandro Cesare
Il carcere di Udine
Il carcere di Udine

Il caos è scoppiato poco dopo la mezzanotte. Un detenuto magrebino sui 30 anni con problemi psichici (non nuovo a episodi di violenza) ha dato fuoco a suppellettili e arredi presenti nella sua cella, facendo divampare un incendio che ha riempito di fumo ampie porzioni del carcere di via Spalato. Qualche ora dopo, tornata la calma, il bilancio dell’accaduto è stato di due detenuti intossicati, portati in ospedale, e di sette agenti che sono dovuti ricorrere alle cure dei sanitari dopo aver respirato il fumo. Se la sono cavata con prognosi da uno a quattro giorni.

Cosa è accaduto

Richiamati dalle fiamme e dall’odore acre di fumo sono stati gli agenti della polizia penitenziaria i primi ad accorrere. Una decina quelli presenti nel carcere: «Gli uomini e le donne della polizia penitenziaria in servizio, a cui si sono aggiunti quelli del Gruppo di intervento locale – ha raccontato Massimo Russo, delegato nazionale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) – sono entrati nella cella in fiamme mettendo in salvo sia il magrebino autore dell’insano gesto, sia il suo compagno di stanza, un italiano 40 enne, che era nel letto e stava dormendo non accorgendosi di nulla».

Il primo, dopo essere stato portato in ospedale per accertamenti, è già stato dimesso, il secondo, più grave, si trova in terapia semi-intensiva. In via precauzionale, a causa del fumo, primo e secondo piano del carcere sono stati evacuati, con i detenuti che sono stati fatti uscire dalle loro celle e portati nel cortile esterno. La normalità è tornata verso le 2 del mattino.

La denuncia del Sappe

«Solo la prontezza di intervento degli agenti – ha aggiunto Russo – ha evitato il propagarsi dell’incendio all’intera struttura carceraria e scongiurato l’intossicazione di altri detenuti. Gli eroi silenziosi della polizia penitenziaria continuano a pagare le conseguenze dell’attuale sistema-carcere, garantendo ordine e sicurezza nonostante la situazione sia ormai allarmante.

I decreti svuota-carceri, che più di qualcuno invoca a ogni piè sospinto – ha incalzato il referente del Sappe – da soli non possono bastare: serve invece una riforma strutturale dell’esecuzione. L’effetto che produce la presenza di soggetti psichiatrici è causa di una serie di eventi critici che inficiano la sicurezza dell’istituto oltre all’incolumità del poliziotto penitenziario. Devono riaprire gli ospedali psichiatrici giudiziari (opg) – conclude Russo – strutturati e organizzati meglio, ma devono di nuovo essere operativi per contenere questa fascia particolare di detenuti».

Il garante

Diversa la visione del garante comunale dei detenuti, Andrea Sandra: «Il superamento degli opg ha rappresentato un momento di civiltà umana oltre che giudiziaria. Quindi non condivido la proposta di riaprirli. Quanto successo – ha precisato – dipende dalle condizioni dei detenuti, provati da un sovraffollamento che non vuole essere affrontato. Rendo merito all’operato della penitenziaria che è riuscita a circoscrivere l’incendio. Detto questo – ha chiuso – invito l’amministrazione carceraria a sostituire i materiali presenti in cella, a cominciare dai materassi. Dovrebbero essere ignifughi e, invece, non lo sono». La direttrice del carcere, Tiziana Paolini, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

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