Da Udine fino in Normandia con le Willys

Un’avventura senza comodità, tutti (consorti comprese) a bordo di due mezzi militari dell’epoca. «Due Jeep, Willys MB originali - spiega Pascolini -: la mia del 1942 e quella di Renato del 1944, icone del secondo conflitto mondiale».
Partiti da Udine il 26 maggio, rientrati in Friuli lo scorso 10 giugno. In mezzo giorni di viaggio e l’emozione di rivivere, grazie al ricco programma di iniziative in Normandia, lo sbarco più celebre della storia, quello delle truppe alleate all’alba del 6 giugno 1944. «Volevamo esserci in Normandia.
E ci volevamo essere affrontando un viaggio pesante, tanto per noi quanto per i mezzi - aggiunge il farmacista -. Un viaggio forse adolescenziale, compiuto però in età matura, che ci ha proposto diversi spunti di riflessione su temi fondanti della storia europea, oltre che di quella nazionale.
In tutto 4.200 chilometri percorsi totalmente su strade regionali in Italia, dipartimentali in Francia e secondarie in Germania e Austria, con velocità di crociera raramente superiori ai 70 km/h, affrontando le Alpi all’andata dal Colle della Maddalena, sopra Cuneo, salendo attraverso la Francia: al ritorno, scendendo attraverso Germania e Austria, dal Brennero. In realtà siamo giunti a destinazione il 2 giugno. E non è stato un caso».
Già, perché giorno e destinazione non erano casuali: «Abbiamo fortemente desiderato essere al cimitero di guerra americano di Omaha Beach, a Colleville, proprio quel giorno. Il giorno della nostra Festa della Repubblica. Si era deciso così, per ringraziare quei ragazzi e quegli uomini caduti, per essere riconoscenti verso quel sacrificio che ci ha permesso di essere quello che siamo oggi».
Più che un cimitero è un monumento alla storia. Il monumento dei vincitori. Ma sono tanti, laggiù, i cimiteri: americani, inglesi, canadesi. «A questi si contrappone un altro cimitero.
A La Cambe: il cimitero dei vinti, quello dei tedeschi. Un cimitero tetro, totalmente diverso da quelli con le croci bianche di Omaha, ma che ospita il doppio dei caduti: eppure sembra enormemente più piccolo, anche perché ogni croce accoglie il ricordo di due soldati. Sono croci di granito. Prostrate e non erette. Basta rileggere un articolo su Repubblica di Paolo Rumiz, che in occasione del 60º del D-Day trovò le parole per descrivere queste differenze, per descrivere “il ricordo della liberazione e la liberazione del ricordo”».
E, poi, i cimiteri dei francesi, «quelli civili, quelli che accolgono tante, tantissime migliaia di caduti che si sono trovati tra l’incudine (l’esercito tedesco) e il martello (le forze alleate)».
Luoghi dove si respirano ancora storia, guerra e morte, ma dove nascono «molti spunti per le riflessioni, che sorgono spontanee. Noi, cittadini italiani che su mezzi americani dell’epoca attraversano, oggi, i medesimi luoghi e paesi che sono stati protagonisti, tanto tempo fa o poco tempo fa («il tempo in bilico tra la memoria degli ultimi testimoni viventi e il rischio di amnesia dei giovani», dice Rumiz), di pagine di storia tragiche e per certi versi esaltanti.
Giovani e reduci, americani e tedeschi, si sono in questa occasione incontrati personalmente, forse per l’ultima volta. Incrociamo cittadini tedeschi vestiti da americani, ci guardiamo, ci salutiamo, cordialmente - conclude Pascolini -. E nel nostro intimo ci chiediamo: come hanno fatto i tedeschi a superare, se mai ci sono riusciti, il peso della storia? Esiste ancora una identità nazionale? La risposta la si ricava da come veniamo accolti, a bordo delle nostre Willys, in tutti i paesi attraversati: con entusiasmo in Italia, con sarcasmo in Francia, con totale indifferenza in Germania e Austria.
Rientriamo con negli occhi le immagini di un teatro di guerra, dalle cui quinte escono chiari segnali di desiderio di unità, che suggellano una pace che dura da 75 anni e che ci auguriamo non abbia mai fine».
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