Crisi, aziende falcidiate: “record” di fallimenti

Il 2011 chiude con il bilancio peggiore: 109 casi, il doppio di cinque anni fa. I settori più colpiti restano l’edilizia e l’arredamento. Giù anche le cooperative.

UDINE. In sei anni, il tessuto imprenditorale friulano ha perso più di 500 aziende: piccole e medie industrie, oltre a una miriade di ditte individuali e a un numero crescente di cooperative, costrette dagli effetti della concorrenza prima e dai contraccolpi della crisi economica mondiale poi, ad alzare bandiera bianca e, chi in proprio e chi incalzato dai creditori, a presentare istanza di fallimento in tribunale.

Nel 2011, il bilancio più “rosso”: i dati, aggiornati a ieri, indicano in 109 le sentenze di fallimento dichiarate dal collegio giudicante di largo Ospedale vecchio (quello cui afferiscono il territorio di Udine e di una porzione della provincia), dallo scorso gennaio a tutto il mese di dicembre. Numeri capaci di segnare un nuovo record, superando il poco lusinghiero primato del 2009, “annus horribilis” con 107 casi, e mancando di un soffio un non meno scoraggiante “raddoppio” del 2006, quando le dichiarazioni di fallimento erano state 55.

“Maglia nera”. Più in basso di così, tsunami finanziario o no, non si era mai scesi. Anche perchè, a denunciare il precario stato di salute dell’imprenditoria locale, oltre ai casi di “default”, c’è l’elenco delle procedure di concordato preventivo al quale sono state ammesse le aziende più promettenti: 12 quelle complessivamente autorizzate quest’anno - tra cui il caso della “Clocchiatti” di Povoletto -, cioè tante quante quelle registrate nel 2010 e due in più rispetto al 2009. Significativo pure il quadro relativo alle cooperative, con un totale di 13 dichiarazioni di stato di insolvenza, contro le 11 dell’anno scorso. Le premesse per scommettere su una chiusura d’anno tanto infausta, comunque, erano scritte già sul “bollettino” di fine estate, quando la morsa della crisi aveva falcidiato 67 aziende. Pur se rimanendo entro numeri più bassi - il calo delle istanze di fallimento, nel secondo semestre, è fisiologico -, il trend si è conservato negativo.

Il crollo del mobile. A finire nel tritacarne della recessione globale, come sempre, pochi nomi “illustri” e tanti titolari di ditte individuali o di imprese di dimensioni e fatturato da medi a piccoli. Ricorrenti i settori, considerata anche la vocazione imprenditoriale friulana: in cima all’elenco delle “vittime”, il comparto dell’edilizia e quelli ad essa collegati, dalla filiera dell’arredamento, al mercato immobiliare e dall’impiantistica, alla metalmeccanica e ai trasporti. Un micro-cosmo di attività e interessi fra loro intrecciati, condannato a sgretolarsi insieme all’universo dei contoterzisti, cioè dei tanti fornitori delle imprese più grandi, a loro volta spazzati via dalla concorrenza dei Paesi nei quali la materia prima costa ancora di meno.

Orizzonte incerto. Inutile farsi illusioni: a meno di un miracolo, nel quale ormai non crede più nemmeno il più ottimista degi barzellettieri, il 2012 rischia di riproporre lo stesso film degli ultimi quattro anni. «Se l’economia dell’area europea si rimetterà in moto - sostiene Adriano Luci, presidente di Confidustria Udine - potremo contare su qualche prospettiva di ripresa. Ma è ancora tutto da costruire e molto dipenderà anche dalla credibilità che l’Italia riuscirà a recuperare sul piano internazionale». Per giocare la partita ad armi pari, però, le aziende friulane dovranno poter contare anche sulla disponibilità di flussi finanziari, cioè del credito delle banche. «Purtroppo, con i tempi che corrono, succede anche questo - continua Luci -: arrivano le commesse e con esse il lavoro. Ma senza le risorse, cioè senza l’indispensabile iniezioni di finanziento chiesta agli istituti di credito, nessuna macchina può camminare. Il rischio, insomma, è di vedere sfumate importanti opportunità di ripresa». Con l’aggravante della beffa, rappresentata dalle misure di Equitalia - i casi, a sentire gli addetti ai lavori, non mancano -, pronta a fare scattare misure di pignoramento o di sequestro, di fronte al primo mancato versamento delle imposte e dei contributi dei dipendenti.

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