UDINE Sapevano di navigare in pessime acque, ma invece di prodigarsi per alleviare il dissesto, peraltro tenuto nascosto a tutti al di fuori della cabina di comando, continuavano a imbarcare il denaro dei prestatori, provvedendo - questo sì - a mettere al sicuro il patrimonio immobiliare, attraverso cessioni prive di un qualsivoglia tornaconto economico, eppure sistematicamente iscritte a bilancio tra i valori della produzione.
È il quadro prospettato dalla Procura di Udine al termine degli oltre due anni di indagini condotte dalla Guardia di finanza su CoopCa e sul naufragio finanziario che, dal 2015 appunto, ha stravolto la vita di 3.236 soci e delle loro famiglie.
Mercoledì il primo giro di boa, con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari a sedici delle diciassette persone - tra ex presidenti, consiglieri, sindaci e direttori - inizialmente raggiunte da avviso di garanzia. Invariate le accuse di bancarotta, fraudolenta e semplice, e di abusiva attività di raccolta del risparmio, cui nel frattempo si è aggiunta l’ipotesi della truffa rispetto all’acquisto di una serie di azioni.
Gli interrogatori dell’estate scorsa non sono dunque bastati a fare cambiare idea ai pm Raffaele Tito ed Elisa Calligaris, titolari dell’inchiesta partita all’indomani dell’ammissione della storica cooperativa carnica alla procedura di concordato preventivo e sfociata in breve in una serie di perquisizioni nella sede di Amaro.
Nel mirino, le operazioni immobiliari eseguite dal 2012 e che, insieme a una supposta falsificazione dei bilanci, avrebbero concorso a coprire uno stato di crisi conclamata altrimenti evidente già dal 2010. Nel confermare l’impianto accusatorio emerso dalla prima tornata di accertamenti, la Procura ha tuttavia diversificato la posizione degli indagati in funzione del ruolo e del periodo trascorso in Coopca.
A rispondere dell’ipotesi di reato di bancarotta fraudolenta non sono più tutti, ma soltanto gli ex vertici e alcuni ex componenti del Collegio sindacale: Giacomo Cortiula (quale presidente dal 1996 al 2014), Giancarlo Veritti (presidente del Collegio sindacale), Fosca Petris (sindaco), Daniele Delli Zotti (sindaco), Mauro Veritti (direttore generale), Ermanno Collinassi (presidente Cda di ImmobilCoopCa srl).
Sarebbero stati loro a gettare fumo negli occhi degli ignari prestatori, «gonfiando artatamente i bilanci» attraverso la fuoriuscita di beni immobili - 4 fabbricati, un punto vendita e 4 unità immobiliari - per un valore complessivo stimato in circa 16,5 milioni di euro, «per destinarli a una società di capitali, ImmobilCoopCa, appositamente costituita il 25 settembre 2012 e interamente partecipata da CoopCa».
Tali operazioni, secondo le Fiamme gialle udinesi, non avrebbero reso alla coop la benchè minima prospettiva di vantaggio economico. Non meno emblematica, in tesi accusatoria, la decisione del medesimo gruppo di indagati di «proseguire nella raccolta del prestito sociale, remunerando i soci e omettendo di adottare le misure necessarie a superare il dissesto».
È in quest’ulteriore ipotesi di bancarotta fraudolenta che si innestano le accuse di false comunicazioni sociali - ogni nuova sottoscrizione contribuiva a ridurre le perdite - e di illegale ripartizione degli utili e delle riserve. Ossia di utili «effettivamente conseguiti, sotto forma di premi fedeltà». Da qui anche la correlata contestazione, a quei soli indagati, di avere violato le disposizioni del Testo unico bancario e cioè il «rapporto tra prestito sociale e patrimonio netto, a partire dall’esercizio 2012».
Pende sul capo di tutti, invece, l’ipotesi della bancarotta semplice, che coinvolge anche Leonardo Agostinis (allora vice presidente Cda) e gli ex consiglieri Sonia Cacitti, Silvano Giorgis, Vanessa Gressani, Corrado Di Doi, Claudio Lo Muscio, Francesco Zilli, Silvio Moro, Carlo Alberto Mainardis e Gelindo De Campo.
Dall’originario elenco è scomparso il nome di Davide Veritti, figlio di Giancarlo, tirato in ballo quale estimatore per il trasferimento dei beni e la cui posizione è ancora al vaglio dei pm. Ai soli Cortiula e Collinassi, infine, è stata contestata l’ipotesi di truffa ai danni di alcuni prestatori.