«Con me Gemona ha voltato pagina ora guarda al futuro»
L’ex sindaco Urbani commenta i suoi nove anni di governo: ho dato speranza ai giovani, avrei voluto inaugurato il castello

Gemona 11 ottobre 2014 Protezione Civile. Squadra Comunale Volontari di Protezione Civile e Antincendio Boschivo.30° Anniversario di fondazione AIB. Presente anche Zamberletti. Copyright Foto Petrussi / Ferraro Simone
GEMONA. Avrebbe voluto essere lui a tagliare il nastro in castello, invece la prossima primavera a indossare la fascia tricolore sarà il suo sostituto. Paolo Urbani, a poche ore dalle dimissioni, colloca sul piatto della bilancia le cose fatte e quelle che avrebbe voluto fare nei quasi due mandati di governo della città. «Il bilancio è positivo». L’ex sindaco è certo «di lasciare a ogni gemonese la consapevolezza delle potenzialità che la città ha acquisito nel post terremoto».
Negli ultimi nove anni, come è cambiata Gemona?
«Ha capito che nella gestione delle emergenze e delle ricostruzioni post terremoto può svolgere un ruolo nazionale. Il più grosso risultato che spero mi riconoscano è l’aver fatto voltare pagina rispetto al dire “quanto siamo stati bravi dopo il 1976”».
Sta dicendo che lei ha guardato avanti facendo tesoro del saper fare?
«Sportland, il progetto del benstare, dai risvolti più economici che sportivi, ha aperto una prospettiva futura ai giovani, è un esempio di come si possono valorizzare le potenzialità che avevamo tenuto nascosto restando seduti sulla bolla della ricostruzione».
Ritiene di aver capito le necessità della gente?
«La mia scelta è stata quella di restare in mezzo alla gente, questo mi ha consentito di comprendere i problemi».
In centro storico si lamentano che non c’è vita, è così?
«Il centro storico di Gemona, alla pari di altri, è in sofferenza. È impensabile riportarlo allo splendore che aveva prima del terremoto. Le dinamiche economiche hanno trovato, nella parte bassa della città, le risposte che un tempo offriva il centro. L’impianto urbanistico medievale non consente di avere le comodità come i parcheggi».
Su quali potenzialità può contare?
«Deve imboccare una direttrice diversa sapendo di poter contare sul progetto Sportland e sul Centro del terremoto che l’università vuole creare coinvolgendo gli altri comuni italiani colpiti dal sisma».
Poi resta il nodo sanità
«Il depotenziamento dell’ospedale di Gemona rappresenta il modo sbagliato di fare politica. In periferia e in montagna i servizi primari non possono sparire anche se i numeri non tornano. La riconversione sta creando disservizi negli altri ospedali, è stato depauperato un patrimonio dirottandolo nei grossi centri».
In fatto di riforme, a un certo punto, anche lei pensava di aderire all’Uti: perché non l’ha fatto?
«Perché la Regione dopo aver stretto un patto con i sindaci ribelli e l’Anci, è venuta meno. Se quella stretta di mano fosse stata rispettata la situazione sarebbe andata diversamente».
Non crede che collaborando sarebbe tutto più facile?
«Certamente, anche perché alcuni costi sono diventati insostenibili per i Comuni. Non si possono mettere assieme realtà indebitate con altre che hanno le tasse al minimo, la scelta deve essere facoltativa. Va salvaguardata la consapevolezza che lavorare assieme è preferibile».
Infatti lei voleva l’unione con Montenars?
«Quella resta un’occasione persa anche per Gemona. Capisco le perplessità di Montenars sulla perdita del nome, ma solo se taglia le spese di funzionamento può dare un futuro alla sua comunità».
L’unione dei Comuni va riproposta?
«Va fatta una serena riflessione: mantenere l’identità ha un costo e costringe a dipendere sempre dalla Regione».
Lei è il sindaco che ha chiuso la scuola di Campolessi, lo rifarebbe?
«I numeri non erano sostenibili. Quella scelta ha un peccato originale: nel 2011 anziché costruire la nuova scuola materna in Piovega, bisognava chiudere l’elementare a Campolessi e fare la materna lì. Così tutti i borghi mantenevano la scuola».
Gemona riuscirà a conservare tutti i plessi?
«Bisogna capire che il calo delle nascite si farà sentire anche alle medie e alle superiori. A febbraio, alla chiusura delle iscrizioni, testeremo se la filiera creata tra la scuola media, il liceo sportivo e l’università con Scienze motorie, risulterà attrattiva».
Quando chiuderà il cantiere del castello?
«Tra dicembre e la primavera 2019 sarà fruibile. Avrà una gestione privata, ma per evitare che diventi una cattedrale nel deserto dovrà essere supportato dall’ascensore e dalla ricettività turistica».
Il soffitto del Pomponio Amalteo che fine farà?
«Non possiamo attendere di ricostruire la chiesa di San Giovanni per ricollocarlo. Alla Soprintendenza abbiamo proposto due soluzioni: l’ex chiesa di San Michele di proprietà comunale e Santa Maria del Fossale della parrocchia. Un soffitto così prezioso deve essere esposto. Si potrebbe pensare di portarlo a palazzo Scarpa o nella chiesa di San Giovanni quando si farà, purché si creino i parcheggi sotterranei e si riapra la strada dalla chiesa al municipio».
C’è una cosa che non è riuscito a fare?
«Il progetto dell’impronta ambientale proposto dall’ex ministro Crimi. Era un’idea vincente che alle olimpiadi 2016 avrebbe potuto trasformare Gemona in un laboratorio mondiale».
Ma lei ha un erede?
«Mi auguro di lasciare a ogni gemonese la consapevolezza delle potenzialità che ha la città. Se poi una o più persone ambiscono a prendere il mio posto, mi auguro che riescano a trovare una sintesi. Da parte mia non mancherà il sostegno anche perché se non lavoriamo in rete, mantenendo le proprie peculiarità, rischiamo di restare isolati anche dal punto di vista finanziario, soprattutto se non abbiamo un progetto ampio».
Lei ha governato senza partiti, è un’esperienza che consiglia al suo successore?
«Il movimento civico apre le porte e facilita il dialogo con la gente, lo svantaggio, che io ho ovviato con la segreteria dell’Udc, è che il Comune viene tagliato fuori a livello regionale e nazionale. A Gemona l’esperienza civica può essere ripetuta purché si crei un collegamento politico».
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