Civibank, richieste milionarie delle parti lese

Proposto un risarcimento di oltre un milione di euro solo per Cogefa. Danni da quantificare in sede civile per gli azionisti



Non è bastato lo sciopero degli avvocati a fermare il processo sulla Banca di Cividale. Malgrado l’astensione – pressoché totale – dei penalisti mobilitati contro la riforma del Governo tesa a bloccare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, i legali non hanno disertato l’udienza sul processo agli ex vertici dell’istituto di credito. Ieri sono state le parti civili a parlare e a formulare la loro richiesta di risarcimento, che nel caso della Cogefa srl (una delle ex società del gruppo di Pirelli Marti), in liquidazione e fallimento, vale oltre un milione di euro.



Sull’epilogo di un’inchiesta durata ben cinque anni incombono i termini della prescrizione, intervenuti a salvare tutti, o quasi, gli imputati. Fatta eccezione per l’ex vicedirettore Gianni Cibin che vi ha rinunciato e per il quale il pm Paola De Franceschi ha chiesto una condanna a 2 anni e 4 mesi di reclusione. La Procura è partita da un teorema: tangenti e favori in cambio di prestiti e finanziamenti dal 2004 e 2010.

Ed è sulla base di questo impianto accusatorio, ipotizzato dal procuratore Raffaele Tito, che Lorenzo Pelizzo, per 43 anni presidente della Banca, è finito a processo insieme all’ex direttore generale, Luciano Di Bernardo e all’ex vice direttore Gianni Cibin, oltre ai clienti accusati di aver concorso allo scambio di utilità (ipotesi di estorsione o, in alternativa, di corruzione tra privati): il commercialista udinese Franco Pirelli Marti (per il quale è già stata dichiarata sentenza di non doversi procedere per prescrizione del reato), l’immobiliarista trevigiano Gianni Moro (morto nel 2017), e Daniele Lago, presidente della “Steda spa” di Rossano Veneto incaricata della realizzazione della nuova sede e ora fallita



L’esordio in un’aula del tribunale di Udine affollata, malgrado le rigide temperature imposte da un guasto all’impianto di riscaldamento, ieri è toccato all’avvocato Roberto Paviotti, per il notaio Pierluigi Comelli, costituitosi parte civile. «Il processo, prescrizione o no, ha comunque dato evidenza che i finanziamenti effettuati dalla Banca di Cividale in pro del Gruppo Moro, del Gruppo Mio e del Gruppo Pirelli Marti non sono stati decisi da detti vertici della Banca di Cividale sulla base di criteri oggettivi e imparziali, bensì in funzione di quanto gliene veniva e degli interessi personali – ha argomentato Paviotti –. Con il risultato che addosso alla banca sono rimaste esposizioni per 22 milioni di euro sui finanziamenti al Gruppo Moro, per 8 milioni di euro sui finanziamenti del gruppo Mio e per 2 milioni e 200 mila per finanziamenti riferibili a Pirelli Marti».

La richiesta rivolta da Paviotti al collegio dei giudici è partita in ordine all’accusa di estorsione, che l’avvocato ha ritenuto sussistente, come pure quella di induzione a non rendere dichiarazioni all’autorità giudiziaria utilizzabili in un procedimento penale. Altrettanto sussistenti, per Paviotti, le accuse rivolte a Cibin, in ordine al reato di corruzione tra privati. Da qui la sua richiesta di condanna nei confronti di Pelizzo, Di Bernardo e Cibin a risarcire Comelli, uno dei più rilevanti azionisti della banca, per il danno arrecatogli, da quantificare in sede civile, chiedendo altresì una provvisionale di 100 mila euro.



A chiedere al tribunale di affermare la penale responsabilità per Pelizzo e Di Bernardo e il conseguente risarcimento è stato l’avvocato Marino Ferro per la curatela del fallimento Cogefa srl, quantificando l’ammontare in 1.035.542 (di cui 935.542 per danni patrimoniali corrispondenti al prezzo di acquisto della quote Neb Gestioni e ai finanziamenti operati in favore di quest’ultima) e 100 mila euro per danni morali. E nella sua lunga arringa, l’avvocato Ferro ha illustrato le risultanze delle ispezioni effettuate dalla Banca d’Italia alla Banca di Cividale, come pure gli esiti dell’attività di audit interno dai quali si muovevano appunti in relazione a una «gestione verticistica», a «una mancanza di dialettica interna con comitati e consigli di amministrazione già preparati dal capo e ispirati da un atteggiamento in cui la critica non trova spazio», quando non «la superficiale gestione delle pratiche».

Ad associarsi alle richieste dei colleghi è stato l’avvocato Teresa Denetta, rappresentando due azionisti della banca per ciascuno dei quali ha chiesto un risarcimento di 20 mila euro in ordine alla perdita di valore delle azioni da questi possedute, scese nel tempo da 24.7 a 7 euro. Si è invece associato alle conclusioni del pubblico ministero l’avvocato di parte civile della Banca di Cividale Ivan Frioni.



Le parti torneranno a incontrarsi il 18 dicembre per un’altra udienza fiume, quando toccherà alle difese parlare. —



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