Ci fu un prete che non condannò gli adepti della setta

PORDENONE. Annalaura Pedron non ebbe funerali cristiani. Aderendo a Telsen Sao si era posta fuori dalla Chiesa di Roma. Così decise il vescovo di Concordia-Pordenone monsignor Abramo Freschi, irremovibile e, intrinsecamente riconoscendo valore a quel movimento che stava scuotendo la Pordenone bene e non solo.
A chiedere l’intervento di un prete era stato lo stesso Renato Minozzi, che si era rivolto a don Luigi Viviani, parroco di Giussago che conosceva sin dai tempi in cui era cappellano a Giais.
Si era cercato di aggirare l’ostacolo proponendo i funerali a Oderzo, città d’origine della famiglia: niet anche dalla diocesi di Vittorio Veneto. Una breve cerimonia religiosa, in cimitero, si tenne ugualmente: vi partecipò il parroco, malgrado il divieto, che benedisse il feretro. Glielo avevano chiesto i nonni della baby sitter e lui non seppe dire di no.
Fu proprio don Luigi Viviani a ricucire lo strappo, profondo, tra Telsen Sao e la Chiesa cattolica. Il sacerdote aveva frequentato il centro di via Volpare, a Portogruaro, anche nei momenti di massima lontananza dalla Chiesa: raccomandava la via da seguire, quella che portava verso il rientro nei ranghi. L’8 aprile 1991 – lo stesso giorno che nove anni prima celebrata la costituzione della setta – ci fu un incontro tra Minozzi e il vicario generale monsignor Sante Boscariol, il 30 aprile quello col vescovo Sennen Corrà. Il 17 maggio, il “perdono” ufficiale.
Il 15 maggio 1993 l’ormai ex leader di Telsen Sao fu presentato dal vescovo a Giovanni Paolo II: «Questo è Renato Minozzi, del quale lei, Santità, aveva più volte chiesto. Ora il gruppo è tornato nella Chiesa».
Il papa sorrise e rispose: «Sì, lo sapevo. È veramente una cosa buona e bella». Poi chiese come era avvenuto il cammino di rientro e informazioni sia su Pordenone sia su Portogruaro, «proprio una buona terra». Quell’incontro doveva avvenire l’anno prima, in occasione della visita del pontefice a Pordenone. In fin dei conti era una di quelle «pecorelle smarrite tornate all’ovile». Invece no, la pace non era ancora “provata”.
Il vescovo Sennen Corrà, peraltro, celebrò successivamente il matrimonio di diverse coppie che avevano fatto parte della setta poi sciolta ed erano rientrate nella Chiesa cattolica.
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