Chirurghi in fuga, allarme anche a Udine: vacante quasi il 90% dei posti in specializzazione
Entro il 2030 il servizio sanitario nazionale potrebbe perdere circa 1.500 chirurghi generali. A Udine la crisi del ricambio generazionale è particolarmente evidente: quasi nove contratti su dieci nelle scuole di specializzazione sono rimasti vacanti nel 2026. La società italiana di chirurgia chiede interventi urgenti per tutelare il personale e garantire l’accesso alle cure

La carenza di chirurghi generali rischia di diventare una delle emergenze del Servizio sanitario nazionale, con conseguenze anche sul territorio friulano. A Udine, nel 2026, sono rimasti vacanti quasi nove contratti su dieci nelle scuole di specializzazione in chirurgia generale, un dato che evidenzia le difficoltà nel garantire il ricambio generazionale di una professione fondamentale per gli ospedali.
L’allarme arriva dalla Società italiana di chirurgia (SIC), che segnala il rischio di ripercussioni sull’accesso alle cure nei prossimi anni. Entro il 2030, secondo le stime della società scientifica, il sistema sanitario nazionale potrebbe perdere circa 1.500 chirurghi generali.
A Udine quasi nove posti su dieci senza candidati
I dati relativi alle scuole di specializzazione mostrano una situazione critica. Dei 646 contratti disponibili in Italia nel 2026, 193 non sono stati assegnati, pari al 30%. Il dato è in miglioramento rispetto al 37,8% registrato nel 2025, ma resta preoccupante.
Le difficoltà sono particolarmente marcate in alcune sedi universitarie. A L’Aquila non è stato assegnato alcun posto, mentre a Udine e Genova sono rimasti vacanti quasi il 90% dei contratti disponibili.
Un segnale ulteriore arriva dalle scelte dei candidati: soltanto nove tra i primi mille classificati in graduatoria hanno optato per la chirurgia generale. Un risultato che conferma la scarsa attrattività della specialità tra i giovani medici.
Entro il 2030 migliaia di chirurghi potrebbero lasciare gli ospedali
Il problema non riguarda soltanto le nuove generazioni, ma anche l’età avanzata di una parte consistente dei professionisti già in servizio.
Secondo le stime della SIC, entro il 2030 circa 2.800 dei 6.500 chirurghi ospedalieri attualmente operativi potrebbero lasciare il lavoro. A fronte di queste uscite, i posti di formazione assegnati dal 2022 dovrebbero portare a meno di 1.300 nuovi specialisti.
Oggi, inoltre, oltre la metà dei chirurghi generali ospedalieri italiani ha più di 60 anni. La percentuale è sensibilmente più bassa negli altri principali Paesi europei: si attesta al 32% in Spagna e al 44% in Francia e Germania.
La combinazione tra pensionamenti e insufficiente ingresso di nuovi specialisti rischia quindi di aggravare la carenza di personale, con effetti che potrebbero coinvolgere anche gli ospedali del Friuli Venezia Giulia.
Più interventi e meno personale: a rischio l’accesso alle cure
La prospettiva è ancora più delicata se si considera l’andamento della domanda sanitaria. Nei prossimi cinque anni, infatti, è prevista una crescita del 12% degli interventi chirurgici.
Ogni anno in Italia vengono eseguite circa 650mila operazioni di chirurgia generale. La riduzione del numero di specialisti, mentre aumenta il bisogno di interventi, potrebbe mettere a rischio l’accesso a una parte di queste prestazioni.
Per i pazienti, la carenza di chirurghi potrebbe tradursi in maggiori difficoltà nell’organizzazione dell’attività ospedaliera e nella possibilità di ottenere cure tempestive. È questo il rischio evidenziato dalla SIC, che invita a intervenire prima che le criticità legate al ricambio generazionale si trasformino in un problema strutturale per il sistema sanitario.
Turni pesanti, contenziosi e tecnologia: perché i giovani scelgono altro
Tra i fattori che contribuiscono ad allontanare i giovani medici dalla chirurgia generale ci sono le condizioni di lavoro, considerate particolarmente impegnative. Turni gravosi e retribuzioni poco attrattive si sommano al problema delle aggressioni nei confronti del personale sanitario e all’aumento del contenzioso medico-legale, cresciuto del 150% in dieci anni.
A pesare sono anche i ritardi nell’accesso alle tecnologie più avanzate, compresa la chirurgia robotica. La disponibilità di strumenti adeguati rappresenta infatti un elemento importante per rendere la professione più moderna e attrattiva, oltre che per sostenere l’evoluzione delle tecniche operatorie.
Secondo il presidente della Società italiana di chirurgia, Guido Docimo, è necessario intervenire su più fronti: servono maggiori tutele legali, incentivi economici e strumenti tecnologici adeguati per chi opera negli ospedali.
La Sic chiede interventi sulla responsabilità professionale
Tra le richieste della società scientifica figura anche una revisione del quadro relativo alla responsabilità professionale dei medici. Il disegno di legge in materia, presentato dal ministro della Salute Orazio Schillaci, è attualmente all’esame della Commissione Affari sociali della Camera.
La SIC sollecita inoltre l’approvazione dei decreti attuativi entro il 31 dicembre, indicando questa scadenza come un passaggio importante per dare concretezza agli interventi attesi.
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