Cervelli all’estero: Laura, la professoressa che “cattura” i tumori

UDINE. Nel made in Italy che il nostro Paese esporta, a generoso beneficio dell’umanità, una buona quota è rappresentata dai cervelli. I cosiddetti “cervelli in fuga”, appunto. Frotte di giovani di belle speranze, notevole prepazione universitaria e fortissima motivazione, disposti a uscire dalla bambagia familiare e affrontare l’ignoto, pur di cominciare a farsi strada nel mondo degli adulti e garantirsi il posto che meritano nella società.
Scommesse spesso deluse in partenza finchè si resta nel Belpaese e che all’estero, invece, sembrano regalare molte più soddisfazioni. Il Friuli non fa eccezione e il caso di Laura Fabris, 39 anni non ancora compiuti, ex marinelliana di Udine, ne è una delle - orgogliosamente non poche - prove lampanti.
Sbarcata negli Usa dieci anni fa, con la sua laurea in Chimica fisica e il dottorato in Chimica dei nanomateriali, vanta oggi una cattedra di professore associato alla Rutgers University.
La promozione dal rango di assistant professor (il nostro ricercatore confermato), ottenuto nel 2009 imponendosi su 200 altri candidati, è arrivata qualche mese fa ed è stata l’autentica ciliegina sulla torta di una carriera che ora, con la tenure in tasca - che tradotto signfica “lavoro a vita” -, non può che ambire a una definitiva affermazione nel campo di sua competenza: quello del molecular imaging.
Con la speranza, un giorno, di rientrare in patria, ma anche con la certezza che un traguardo del genere, qui, non avrebbe mai potuto raggiungerlo.
Laura, oggi vive e opera in New Jersey. Ma l’avventura era cominciata sulla costa occidentale, in California.
«Abito a Metuchen, una minuscola cittadina a una quarantina di chilometri da New York City, con mio marito Leandro, brasiliano di Rio de Janeiro, e i miei due figli. Alla Rutgers University, lavoro nel Dipartimento di Scienze dei materiali, facoltà di Ingegneria. Con il mio gruppo di ricerca, ci occupiamo dello sviluppo di agenti di contrasto nanostrutturati, per l’individuazione di cellule tumorali e di condizioni metastatiche in pazienti che non hanno ancora sviluppato sintomi. Prima di trasferirmi in New Jersey, avevo vissuto due anni a New York City e per qualche mese a Dayton, in Ohio, dove svolgevo ricerca per l’Air Force National Laboratory».
E cosa l’ha spinta a trasferirsi oltreoceano?
«Beh, ho mandato un curriculum per rispondere a un annuncio di lavoro online. Lo trovai da sola passando innumerevoli serate su internet a sfogliare le Job Opening di università americane, inglesi e olandesi. Fui aiutata da alcuni professori dell’università di Padova, dove ero dottoranda, che scrissero bellissime lettere per la mia candidatura. Furono soltanto due le domande che spedii per posta, in forma cartacea: all’Imperial College di Londra e all’University of California Santa Barbara. Una settimana dopo ricevetti nello stesso giorno due lettere: quella dell’Ucsb mi invitava a una phone interview. Una settimana dopo avevo il posto e un mese più tardi ero in California, dove sono rimasta tre anni e mezzo come Post Doc».
Parliamo di incontri e coincidenze: quanti ne ha collezionati?
«Lavorare all’Ucsb è stata un’esperienza importantissima anche perchè nel mio campo è la numero uno, a pari con la Northwestern University di Chicago. Attualmente, ci lavorano 6 premi Nobel: uno di loro, Alan Heeger, collaborava strettamente con il mio capo, il professor Bazan.
Una volta eravamo in ufficio per un meeting e Heeger arriva, apre la porta, mi vede e si scusa con me per avermi disturbata. Un’altra volta eravamo a San Francisco per una conferenza e lui mi invitò con altri tre giovani ricercatori a bere un aperitivo e raccontarci un po’ della sua vita. Quando mai mi sarebbe successo in Italia? Il bello del mio lavoro negli Usa è che tutti hanno opportunità, se lavorano duro, e che, nonostante la gerarchia, tutti sono molto più alla mano, disponibili a consigliare e aiutare».
Com’è cambiata la sua vita dopo avere lasciato il Friuli?
«Dal giorno alla notte. In Italia non avrei mai potuto avere opportunità professionali come quelle che ho avuto negli Usa. Ma la vita, qui, non è facile. Sia professionalmente che personalmente, bisogna tirare fuori i denti e farsi da sè. Non c’è la mamma che ti prepara il brodo quando stai male, o il vecchio capo che ti aiuta a pubblicare un articolo o ti trova i soldi per la ricerca. Te la devi cavare da solo. Spesso mi sento dire: “Che fortuna a vivere e lavorare lì”.
Ma nessuno pensa a cosa voglia dire arrivare con una valigia e un biglietto di sola andata in un aeroporto all’altro capo del mondo e chiedersi: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. Comunque, non rimpiango nulla, anche se la vita di casa mi manca moltissimo. La convivialità italiana, il darsi una mano, il formare una comunità».
L’Italia, a sua volta, rimpiange spesso la fuga dei suoi “cervelli” all’estero. Lei tornerebbe indietro?
«Nel mio campo professionale, gli italiani sono considerati tra i migliori del mondo: il nostro Paese dovrebbe esserne orgoglioso. Detto questo, ovviamente mi piacerebbe rientrare, anche se al momento la situazione pare troppo instabile perchè opportunità di valore si possano concretizzare. Ma non si sa mai».
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