Centrale sul Vajont, lì sotto ci sono i morti: è una questione di etica, non solo di ingegneria
I deceduti parlano ai vivi: serve rispetto sacrale ed è necessario un risarcimento. A chi serve davvero l’impianto?

Il disastro del Vajont provocò 1910 morti (dato ufficiale, ma sono di più), 158 dei quali erano di Erto e Casso. Delle vittime di Erto furono recuperati solo 17 corpi. Gli altri sono ancora lì, i loro resti sono impastati nella terra della frana del Toc e nell’acqua del torrente Vajont.
«I morti sono morti», ho letto di recente in un cinico commento su Facebook. Seguendo questa logica, non si vede perché non fare un parco eolico sul sacrario del monte Grappa. Ci sono morti di serie A ed altri di serie B o magari di serie Z? Si possono lasciare in pace i morti, ma i morti non lasciano in pace noi.
Gli organi tecnici di controllo sono chiamati a pronunciarsi su questioni tecnico-burocratiche: in sintesi sull’utilità del progetto, sulla sicurezza idro-geologica, sulla congruità con leggi e regolamenti, sulla compatibilità con il paesaggio e l’ambiente, sulla sostenibilità economica, su canoni e sovracanoni. Esulano dai loro compiti valutazioni diverse.
L’acqua vale un tot a metro cubo. Da più di un secolo è una merce, divisibile e vendibile a kilowattora prodotti. Si dirà: è il capitalismo, bellezza. Altrove è lo sviluppo, contrabbandato come progresso. Lo era, all’epoca, nell’Unione Sovietica, dove le grandi opere idroelettriche erano osannate da celebri poeti come Evtušenko (“La centrale idroelettrica di Bratsk”, 1965) o in Cina, come la diga delle Tre Gole (2009, quattro milioni di abitanti fatti sloggiare). Si dirà: è il socialismo, bellezza.
Lo sviluppo è quantificabile (in Pil), il progresso, al contrario, è un concetto che si valuta con parametri diversi e più complessi, tra i quali rientra non solo il livello della scienza e della tecnica, ma anche quelli dell’equità e dell’etica.
A chi serve davvero l’impianto sul Vajont? Ai padroni della società che lo vuole costruire, per altro a responsabilità limitata e dotata di limitato capitale, visto che coprirebbe con fondi propri solo il 20% dei costi? Alla collettività nazionale che, si dice, ne avrebbe un beneficio, ma quale, se produrrà un quantitativo irrisorio di energia e sarà pagata in parte dallo Stato sotto forma di incentivi? Alla comunità di Erto alla quale arriveranno pochi euro sotto forma di sovracanoni?
Nel 1943, prima ancora di qualsiasi valutazione da parte del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, tantomeno prima di qualsiasi concessione ministeriale, il podestà di Erto dell’epoca scrisse alla Sade: la vostra benefica società ha iniziato i lavori, il Comune vi offre gratis tutti i terreni di sua proprietà purché veniate a fare questa meravigliosa diga, che porterà benessere e progresso nella valle; non solo: se ci date qualche soldo per finire l’acquedotto che è rimasto a metà, vi ripagheremo rinunciando ai futuri sovracanoni. Si sa com’è finita. Ovvio che l’ingenuo podestà non poteva farlo, ma quei terreni comunali furono svenduti comunque. Per la stima si affidò all’ufficio espropri della Sade.
L’acqua che ora si vuole usare (“valorizzare”) è quella del torrente Vajont, che passa per la galleria di sorpasso (il by-pass) che la Sade decise di costruire nel 1960, quando già era stata individuata l’enorme frana incombente sulla valle, per assicurare il deflusso dell’acqua fra le due parti nelle quali sarebbe rimasto diviso il lago e garantire così la continuità dell’impianto e scongiurare il riempimento incontrollato della parte del serbatoio a monte.
La galleria restò ostruita il 9 ottobre 1963, fu poi liberata ed oggi l’acqua viene rilasciata a valle della diga. La si vorrebbe immettere in una condotta a pozzo per turbinarla alla base in una centrale in caverna, da creare con l’esplosivo. La derivazione prevista, lassù in alto, è ancora per pochi metri in territorio della provincia di Pordenone, ma di fatto nel Parco regionale delle Dolomiti friulane. L’utilizzo, cioè la centrale di produzione, è però in provincia di Belluno. È dunque a tutti gli effetti l’acqua di un torrente che confluisce nel Piave e appartiene al suo bacino idrografico.
Ma al di là di questi aspetti tecnici, orografici, burocratici, finanziari, non è affatto secondario l’aspetto etico. Perché è essenzialmente questo a segnare il territorio. È un valore estraneo ad una visione utilitaristica della natura, a quella che fu, nei tempi passati, la fiducia illimitata nell’ingegneria e nella tecnica, all’ideologia dello “sviluppismo”, tutti fattori che stravolgono e annichiliscono il senso dei luoghi. La dimensione etica appare confiscata dal solito approccio tecnico-ingegneristico. Il problema riguarda invece, in sommo grado, l’uso etico di un bene comune, per sua natura pubblico, non assoggettabile a logiche di sfruttamento.
I 244 faldoni degli atti processuali del Vajont, oggi conservati nell’Archivio di Stato di Belluno, sono stati riconosciuti dall’Unesco come “Memoria del Mondo” per la loro fondamentale importanza per la storia dell’umanità. L’Onu ha inoltre riconosciuto il Vajont come uno dei cinque più gravi disastri ambientali provocati non dalla natura, ma dall’uomo: «dalla scarsa comprensione delle scienze della terra e dal fallimento di ingegneri e geologi».
È un contesto in cui i morti parlano ai vivi. Il rispetto – e in questo senso è un rispetto “sacrale” – impegna ad un doveroso ascolto, ad un risarcimento etico per la loro perdita in quell’orrenda e colpevole strage.
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