Casa dormitorio, «prima gli italiani»

PORDENONE. Una risposta abitativa in più in città. Un dormitorio notturn per uomini – a regime – in difficoltà Un progetto che il Comune ha ereditato dalla precedente amministrazione comunale, ma sul quale l’assessore alle politiche sociali nonché vicesindaco Eligio Grizzo, ha voluto subito dare un messaggio chiaro: «Non diventi un ricovero per immigrati. Vogliamo pensare soprattutto ai pordenonesi che hanno costruito la città: prima i nostri».
Il progetto. “La locanda”, questo il nome dell’asilo notturno in largo San Giovanni, è molto di più che un ricovero temporaneo. E’ un progetto che nasce dall’osservazione attenta del bisogno abitativo del territorio e che è riuscito a convogliare forze ed energie diverse: fosse mancato anche un solo attore, il progetto sarebbe rimasto sulla carta.
Per realizzarlo, infatti, ci sono voluti un imprenditore che mettesse a disposizione lo stabile (Ferranti, proprietario dell’ex locanda al Sole che ospita il nuovo servizio), soggetti che finanziassero le spese (l’Ambito socio assistenziale, il fondo 8 permille della Chiesa Cattolica e la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi giorni) e partner per gestire la struttura: Ambito, Caritas, Fondazione Buon samaritano, coop Abitamondo e una rete di ben 30 volontari.
Una sinergia senza precedenti che, come ha sottolineato il responsabile dell’Ambito, Stefano Franzin, è la strada che i Comuni devono seguire per liberare risorse.
La locanda. «Il progetto - ha spiegato Don Davide Corba, direttore Caritas - è nato per dare risposte più rapide e efficaci all’accentuarsi della povertà e della famiglie in difficoltà abitativa sul territorio. Pordenone non è invasa dai clochard, ma i problemi sommersi ci sono e questa struttura vuole essere anche un riferimento per farli emergere».
La struttura è stata quindi concepita con otto camere (per lo più doppie) dotate di bagno, un refettorio con piccola cucina (anche se i pasti vengono serviti tramite catering) e uno spazio per la lavanderia dove gli ospiti possono anche lavare i loro effetti personali.
Come funziona. Attualmente ci sono cinque italiani e quattro stranieri – i profughi possono essere accolti solo in casi particolari – che entrano alle 19 di sera, possono cenare alle 20, la mattina fanno colazione e devono lasciare la struttura entro le 8.30.
Al momento non è stato fissato un periodo massimo nel quale si può usufruire della struttura, «ma l’obiettivo resta quello di fare accoglienze brevi e consentire alle persone di entrare in altri percorsi» ha spiegato Andrea Castellarin di Abitamondo.
Oltre alle persone accolte, nella struttura ci sono gli operatori, i volontari e i custodi (finora non ci sono stati problemi di convivenza).
Chi si trova senza tetto non può recarsi direttamente alla locanda: deve passare attraverso i servizi sociali o il centro della Caritas diocesana: una equipe di valutazione stabilisce se la persona abbia i requisiti per essere accolta.
Da tutti è stato sottolineato il fatto che la struttura è pensata per persone del territorio e Grizzo ha invitato a mantenere la barra dritta su questo.
Nuove energie. La comunità dei mormoni, come ha spiegato il vescovo Simone Abis, ha scelto di partecipare mossa dalla volontà di fare qualcosa di concreto per chi è in difficoltà (ringraziata a tal proposito la precedente amministrazione e il consigliere Mario Bianchini).
C’è poi una trentina di persone – alcune nuove e diverse giovani – che si sono messe in gioco come volontari. Alcune hanno partecipato a un corso di formazione, altre si sono avvicinate per mettere a disposizione del tempo.
«A fronte di una proposta concreta – ha detto don Corba –le persone ci sono». La provincia di Pordenone «è un territorio – ha rimarcato Franzin – che risponde di fronte ai bisogni di chi vive nella marginalità, più di quanto ci si potrebbe aspettare».
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