Carabiniere contrae l’epatite in servizio e vince la causa al Tar

PORDENONE. Quattro anni fa un appuntato scelto dei carabinieri ha contratto una grave infezione epatica durante un intervento di emergenza. Ha dovuto rivolgersi al Tar, però, per vedersi riconoscere la dipendenza della patologia da causa di servizio.
Nell’aprile del 2015, alle due di notte, la centrale operativa dell’Arma aveva inviato una pattuglia in un’abitazione i per sedare una lite in famiglia. Un cittadino straniero stava malmenando la convivente. I militari dell’Arma avevano cercato di immobilizzarlo.
L’appuntato scelto era stato così coinvolto in una violenta colluttazione, riportando abrasioni e escoriazioni. Anche il cittadino straniero, rivelatosi poi un ex tossicodipendente, era rimasto ferito. In questo modo il carabiniere era entrato in contatto con il sangue dell’altro.
Aveva scoperto, poi, di aver preso l’epatite. Così aveva chiesto che gli fosse riconosciuta la causa di servizio e l’equo indennizzo previsto.
La Commissione medica ospedaliera aveva accertato l’infermità, ma non l’aveva ascritta ad alcuna categoria. Il Comitato di verifica invece non aveva ritenuto che la positività ai virus fosse correlata all’infortunio subito in servizio il 25 aprile.
Così l’appuntato scelto, difeso dall’avvocato Luigi Elefante dell’associazione Fervicredo, ha deciso di rivolgersi al Tar del Friuli Venezia Giulia contro il ministero della Difesa e il comando generale dell’Arma, che non si sono costituiti in giudizio.
I giudici hanno ripercorso i passi salienti dell’istanza del militare Secondo il ricorrente l’insorgenza della patologia deve essere «ricondotta al contagio, verificatosi tramite l’involontario contatto fra le proprie ferite e il sangue del malvivente, contatto che, secondo comuni cognizioni scientifiche, avrebbe dato luogo all’aggressione morbosa, con l’instaurazione dell’infezione epatica, oggetto della diagnosi».
Il Tribunale amministrativo regionale ha osservato come il parere del Comitato di verifica difetti di motivazione, poiché si è limitato a negare la sussistenza dei presupposti per accogliere la domanda con una mera formula di stile, senza dare conto delle ragioni tecniche per le quali è giunto ha tale conclusione.
I giudici hanno pertanto annullato il parere del Comitato e il decreto di rigetto, accogliendo il ricorso dell’appuntato scelto. Il ministero della Difesa dovrà pertanto esaminare nuovamente la domanda di equo indennizzo formulata dal carabiniere, considerando ogni elemento utile per qualificare i fatti occorsi durante il servizio.
Il Tar ha inoltre condannato il ministero a rifondere al ricorrente le spese di lite (1.500 euro). «Questi militari – ha concluso l’avvocato Elefante – vengono poi abbandonati a loro stessi dallo Stato. Ci vorrebbe una maggiore sensibilità». —
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