Cappello, il talento e la forza della dignità

Ho letto con grande amarezza, oltre che con vivo stupore, quello che una lettrice del Messaggero Veneto ha scritto giovedì commentando negativamente l’appello per far concedere i benefici della legge Bacchelli al poeta Pierluigi Cappello. Non sono tra i firmatari dell'appello, che peraltro ho sostenuto e continuerò a sostenere a livello personale.
La signora dice di non conoscere la poesia di Cappello. Mi rincresce per lei. Ma evidentemente non conosce bene nemmeno la legge Bacchelli. I 24.000 euro all'anno sono il tetto massimo dell'assegno vitalizio, che è comunque «commisurato alle esigenze dell'interessato». Non esiste invece, con buona pace della lettrice, alcun limite minimo di età.
Io, al contrario della lettrice, ho letto le poesie di Cappello. Lo ritengo un grande poeta: una delle voci più alte e pure del nostro tempo. Il mio parere, per quanto io sia da sempre un grande lettore di poesia, e possieda quindi sufficiente discernimento in materia, conta ovviamente quello che conta, ma non è un caso se la poetessa Jorie Graham, recentissimo Premio Nonino e prima ancora Premio Pulitzer, è rimasta affascinata dalla poesia e dalla persona di Pierluigi, tanto da voler tradurre lei stessa in inglese le sue opere per farle pubblicare in America. È qualcosa che onora non solo lui, ma anche la nostra Regione.
Sottolineo «affascinata dalla persona», perché Pierluigi è davvero una persona straordinaria. A 16 anni si è visto privare da un incidente dell'uso delle gambe. Da 30 anni è prigioniero di una sedia a rotelle. Vive in un prefabbricato del terremoto del '76, freddo d'inverno e torrido d'estate. Le sue condizioni di salute sono tutt'altro che buone, tanto che definirlo, come fa la lettrice, un quarantacinquenne «con una aspettativa di vita di almeno 35-40 anni» è valutazione, oltre che di raggelante brutalità, decisamente ottimistica.
Quanto alla frase «penso ai veri invalidi da 240 euro al mese» tengo a precisare – anche se è triste doverlo fare – che Pierluigi è un invalido vero, e che la sua pensione di invalidità è appunto quella: 240 euro al mese. Una cifra indegna, non solo nel suo caso, di un paese che si ostina a definirsi “civile”.
Non posso – umanamente, prima ancora che come cristiano – condividere l’opinione della lettrice secondo cui per un invalido sarebbe «indecente farsi mantenere dalla comunità». La ricchezza di un paese non si misura solo dal Pil o dallo spread, per usare termini di moda, ma anche dalla sua capacità di prendersi cura dei più deboli.
Anche se l’aggettivo debole mal si intona a Cappello. Nonostante le difficoltà, Pierluigi è stato capace di superare sofferenza e indigenza scrivendo versi di una densità e di una forza impressionanti. È un esempio di grande coraggio nelle avversità, che anche solo per questo andrebbe onorato. È una persona di umanità straordinaria, come hanno avuto modo di constatare, fra gli altri, gli scolari e gli studenti ai quali nel corso degli anni, senza chiedere nulla in cambio, nel corso di tanti affollati incontri ha portato la sua poesia.
È impossibile conoscere Pierluigi senza affezionarsi a lui. Ed è per questo che scrivo queste righe. Lui non replicherebbe mai. Pierluigi non è uno che chiede, o che protesta. E quindi non lo faccio a nome suo, ma a titolo esclusivamente personale, per correggere affermazioni che gettano dubbi su qualcosa di estremamente limpido.
Vorrei aggiungere un'ultima riflessione, più generale. Potremmo chiederci, come sembra fare la lettrice, a cosa serve la poesia. O la cultura, se per questo. In tempi di spending review si tende a far passare l'idea che la cultura vada sostenuta finanziariamente solo se è in grado a sua volta di far circolare denaro. Ma è una considerazione miope. Un grande scrittore americano, Kurt Vonnegut, diceva che ci vuole una generazione, perché la cultura faccia effetto.
La letteratura, l’arte, la musica che produciamo oggi devono passare alle coscienze di un'altra generazione, per dare frutti. Pochi degli “alberi letterari” che abbelliscono di colori sgargianti le nostre librerie produrranno veri semi, destinati a fiorire nel futuro. Ma quei pochi semi che ce la faranno porteranno nel mondo a venire il ricordo del nostro tempo. Delle nostre vite, delle nostre voci. Per questo vanno accuditi e rispettati. I copisti medievali che nei giorni più bui della storia spendevano le loro vite copiando poesie latine e greche che a volte non sapevano nemmeno leggere, i musicisti del Lager di Terezin che prima di venir caricati sul treno per Auschwitz nascondevano sotto terra i loro spartiti: questi uomini e donne spesso senza nome sapevano che la cultura è ciò che di più alto esprimono le nostre vite, e ciò che di noi resterà dopo l'ultimo battito del cuore.
Rinunciavano al cibo in cambio di un foglio di carta o di un mozzicone di matita. Nella morsa del gelo e della fame, all’ombra delle camere a gas e dei plotoni d’esecuzione, si ostinavano a cercare l’armonia, la bellezza. Perché sapevano che dei giorni che viviamo, delle nostre esperienze e dei nostri sogni, e anche delle nostre sofferenze va resa testimonianza, per noi stessi e per quelli che verranno. Certo, si può vivere senza poesia, o senza musica. Ma è una vita ben triste. Cappello sta facendo, con grande umiltà, un lavoro che resterà nel tempo: sta distillando in poesia i nostri giorni, le loro luci e ombre, trasformandone il brusio confuso in qualcosa che resta, in una voce che parlerà di noi molto dopo che ce ne saremo andati. A lui va quindi tutta la mia gratitudine.
Come friulano, erede – purtroppo indegno – della pietas che era tratto quasi genetico dei nostri avi contadini, e che viveva ancora nei gesti e nelle parole di mio padre, mi sento lontano, e istintivamente respinto, da una lettera che mi ha molto amareggiato, e della quale salvo e faccio mio solo l'augurio che Pierluigi possa vivere davvero ancora «per almeno 35-40 anni». Anzi, di più!
Questo, però, è nelle mani di Dio e della Natura. Quello che noi possiamo fare è aiutare il nostro poeta a vivere con dignità e serenità, e per questo assicuro il mio impegno. Dispiace, sinceramente, che qualcuno possa sentirsene offeso.
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