I boschi di Emma: un prato stabile per ricordare la studentessa morta a Parigi
Un terreno a Roveredo in Piano donato da una cittadina diventerà un bosco per la biodiversità. È il primo progetto dell'associazione fondata dai genitori di Emma Cadelli, morta a 20 anni a Parigi

Un anno fa si è addormentata dolcemente senza più svegliarsi. Oggi il sogno di Emma sta diventando realtà. Mezzo ettaro di terreno, fino a poco fa coltivato a soia, verrà restituito alla natura con tecniche non invasive, rispettose dei tempi e della dinamiche della terra. «È il primo passo – spiegano Barbara Piccinin e Stefano Cadelli, genitori di Emma Cadelli – di un progetto più ampio».
Il terreno è stato donato da una sostenitrice all’associazione I boschi di Emma, fondata dopo la morte della studentessa, cittadina di Roveredo in Piano e del mondo, spirata nel sonno il 26 gennaio dello scorso anno a Parigi. Per quanto innaturale sia stato dover dire addio a una ragazza di appena vent’anni, non c’è forse modo più dolce, per la stessa natura, di riprendersi quella vita che ha donato.

«Emma fisicamente non è qui, ma il suo spirito c’è» racconta la madre Barbara. È nei libri che leggeva in tante lingue, è nei dialoghi che i genitori ricordano con nitidezza, è nelle fotografie che già da piccola la vedono nei boschi. Emma aveva studiato a Malta e al Pio X di Treviso aveva poi trovato quella formazione di respiro internazionale ideale per la sua visione. Un pensiero che all’apice della sostenibilità metteva il rispetto. In Francia, nel verde dell’università Paris-Saclay, stava perfezionando gli studi di chimica per contribuire al miglioramento dell’ecosistema, con sensibilità e attenzione verso l’intero creato.
Per far conoscere questi valori e diffonderli in modo attivo i genitori di Emma hanno creato, lo scorso 8 marzo, l’associazione che porta il suo nome: I Boschi di Emma Odv. Hanno scelto come simbolo una civetta viola disegnata proprio da lei. «Crediamo che ogni terreno abbandonato possa tornare a fiorire, ogni siepe rinascere, ogni respiro riconnetterci alla vita – racconta l’associazione –. Il nostro impegno nasce da un desiderio profondo: rigenerare il paesaggio, custodire la biodiversità e creare spazi vivi dove natura e persone possano incontrarsi».
Quello spazio, a fine anno, è arrivato sotto forma di regalo inaspettato da parte di una cittadina di Roveredo in Piano: mezzo ettaro di terreno, fino a questo autunno coltivato a soia e affiancato da vigneti, è stato donato all’associazione che lo trasformerà in un prato stabile. Grazie a una donazione di roveri da parte dell’Associazione naturalistica cordenonese diventerà un rifugio per gli animali e un tesoro senza pari per il territorio: si trova, infatti, in una zona molto frequentata da chi ama passeggiare. «Non volevamo che questo progetto interessasse luoghi lontani, ma che fosse utile alla comunità locale».

Come in una lenta fioritura, c’è voluto tempo per arrivare a questo risultato. Per mesi Barbara Piccinin ha raccolto informazioni, traendo ispirazione da chi ha già fatto passi decisi nel sostegno della biodiversità. Da Fiorenzo Caspon, imprenditore che ha piantato migliaia di alberi, a Mauro Rizzotti, l’uomo che salva i gelsi, sino al faunista Fabio Dartora, interpellato insieme all’agronomo Massimo Menzaghi per definire le scelte più adatte alla natura del luogo.
«C’è una persona – racconta Barbara – che dall’inizio del mio lavoro di ricerca e formazione sulle buone prassi in ambito naturalistico mi ha guidato e consigliato: si tratta di Giuseppe Brun, il presidente dell’Associazione naturalistica cordenonese. La loro associazione, che opera sul territorio da più di trent’anni, porta avanti un’iniziativa, “I boschi del cuore”, dedicata a ragazzi amanti della natura che non ci sono più in collaborazione con le loro famiglie». Un’ispirazione che ha permesso a Barbara e Stefano di mettere a fuoco come trasformare il ricordo di Emma in memoria attiva.
Nel 2025 l’associazione ha raccolto intorno a sé un gruppo di volontari, aprendo al 5 per mille e alle donazioni liberali. «Abbiamo cercato a lungo un terreno da acquistare per poterlo rinaturalizzare – spiega Barbara – ma i costi erano proibitivi». Camminando in quel luogo, il primo che ospiterà la dicitura “I boschi di Emma”, si sentono ancora sotto le scarpe le radici della soia, ma basta alzare lo sguardo perché la mole di Piancavallo incornici uno spazio restituito alla natura. I volontari hanno già iniziato a lavorarci. Il sogno di Emma si sta realizzando grazie alla sensibilità e all’empatia di cui lei è stata in prima persona promotrice. Cresce nel silenzio dell’inverno, preparandosi a stupire con il fiorire della vita.
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








