«Bomba, non errore» scagionato il pilota

«Sono sulla vostra verticale, lascio i cinquemila piedi e mi ricollegherò a voi sul mare sottovento per l’atterraggio». La voce che gracchia dagli altoparlanti della torre di controllo dell’aeroporto di Punta Raisi è quella del comandante Roberto Bartoli, 41 anni, pilota Alitalia. Sono le sue ultime parole. Ha appena avviato le procedure per l’atterraggio del Dc8 che trasporta in direzione dell’aviosuperficie palermitana 108 passeggeri, proveniente da Fiumicino. Il McDonnell Douglas I-DIWB pilotato da Bartoli non toccherà mai la pista di Punta Raisi, schiantandosi a pochi chilometri da Carini, a Montagna Longa. Sono le 22. 24 del 5 maggio 1972, data della più grande tragedia aerea italiana dopo quella di Linate, nel 2001. Centoquindici morti, 108 passeggeri e sette uomini dell’equipaggio comandato da Bartoli, nato a Forlì ma cresciuto e formatosi a Udine.
Secondo gli investigatori di due Procure (quelle di Palermo e di Catania) le responsabilità del disastro andavano ricercate nell’imperizia dei piloti e nell’inadeguata strumentazione dell’aeroporto di Punta Raisi. Oggi, a distanza di 46 anni, una perizia – commissionata dall’associazione che raduna i familiari di quell’immane tragedia al professor Rosario Ardito Marretta – apre scenari inediti, riabilitando completamente Bartoli e i suoi uomini e gettando l’ombra del terrorismo su un episodio da sempre bollato come semplice incidente.
A Udine abitano ancora i familiari del comandante. Anche la sorella Fanny, a cui la sera del 5 maggio toccò l’ingrato compito di informare i genitori della morte di Roberto. Per la giustizia non è (ancora) il tempo di riaprire il caso, nonostante la richiesta dell’avvocato Giovanni Di Benedetto, che assiste i familiari delle vittime. «Quella tragedia ha rappresentato un peso incredibile per la nostra famiglia – racconta Fanny, oggi ottantenne –. Non cerchiamo le luci della ribalta, vorremmo soltanto che la figura di mio fratello venisse completamente riabilitata: per anni le carte processuali hanno raccontato delle sue responsabilità, senza approfondire le indagini».
Bartoli era un pilota espertissimo, con oltre 8 mila ore di volo al momento della sciagura. Diplomato al liceo Marinelli, aveva poi scelto la via dell’Accademia Aeronautica, prima di entrare in Alitalia nel 1958, quattordici anni prima dell’incidente costato la vita a lui e ad altre 114 persone. Sposato con Bianca Facchini, figlia del geometra Remo, il comandante Bartoli ha lasciato in tenerissima età i figli Susanna e Alessandro. Dodici anni prima il cognato Gianni, tenente dell’Aeronautica, era morto appena ventiduenne in un incidente aereo.
La sera del 5 maggio Roberto non doveva neppure salire su quel Dc8. «Ha sostituito all’ultimo un collega», racconta la sorella. Al fianco di Bartoli, in cabina, ci sono Bruno Dini e il tecnico motorista, anche lui brevettato, Gioacchino Di Fiore. Tra i sedili dei passeggeri impiegati, operai, due giornalisti, il figlio dell’allenatore della Juventus Čestmír Vycpálek e un giudice palermitano, Ignazio Alcamo. Tutti o quasi fanno rotta verso la Sicilia per votare: domenica 7 maggio le elezioni politiche premiano la Dc, permettendo a Giulio Andreotti di formare un governo che durerà appena un anno.
Roberto Bartoli lascia i 5 mila piedi e annuncia la virata, che lo porterà di fronte alla testa della pista 25 di Punta Raisi. «Sono sulla vostra verticale, lascio i cinquemila piedi e mi ricollegherò a voi sul mare sottovento per l’atterraggio», comunica Bartoli alla torre di controllo. Poi un silenzio lungo 273, infine lo schianto su Montagna Longa, a 5 miglia dall’aeroporto.
Il processo scagiona il direttore dello scalo siciliano, addossando interamente le colpe ai piloti. Nel 1977 un rapporto del vicequestore Giuseppe Peri qualifica il disastro aereo come attentato, inquadrandolo nell'ambito della strategia della tensione.
La scatola nera del velivolo non registrava da settimane. Per Marretta, docente di Aerodinamica e Gasdinamica alla facoltà di Ingegneria aerospaziale dell’Università di Palermo, è stata manomessa. Di più: a causare il disastro sarebbe stato non un errore umano, ma una deflagrazione, originata secondo il modello matematico ricostruito dal professore da una carica esplosiva di modeste dimensioni (come un pacchetto di sigarette) posizionata sull’ala destra. La Procura di Catania ha già comunicato di non avere elementi per riaprire l’indagine.
«Vorremmo la riapertura del caso – spiega ancora la sorella del comandante Bartoli –, ma non per risarcimenti che non ci interessano: vogliamo che venga riabilitata la figura di mio fratello Roberto e di chi era al suo fianco nella cabina di pilotaggio. Abbiamo patito per anni: noi, i miei genitori, la famiglia di Roberto, i figli. Crediamo che sia giunto il momento di accertare la verità per onorare la memoria di chi non ebbe nessuna responsabilità».
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